Il mare le entrava in casa.Era l’11 dicembre. Un martedì pomeriggio. Precisamente le tre.
Da nove giorni il mare era nero, grosso, rabbioso. Masticava la spiaggia per arrivare quasi a lambire la strada.
La strada appariva come l’ultimo argine in grado di contenerne la forza.
Oltre quella strada c’era lei, dietro i doppinfissi di un primo piano, a riempirsi di angoscia per ogni sguardo buttato all’orizzonte.
Liliana avrebbe voluto non vedere, avrebbe voluto non guardare.
Magari abbassare tutte le serrande, oscurare i vetri, ma con il rumore delle onde poteva poco.
Di notte l’accompagnavano fin dentro al letto, strusciavano fra le lenzuola per afferrarla e trascinarla via nel buio e nel freddo. E per quanto si sforzasse di udire in quelle onde la voce della madre sussurrarle una ninna nanna, le strofe erano stonate, l’alito puzzava.
Sprofondata nel cuscino Liliana vedeva i denti della madre marcire tra i vermi sotto un metro di terra e la bocca mangiata canticchiare parole che non ricordava più.
La strada appariva come l’ultimo argine in grado di contenerne la forza.
Oltre quella strada c’era lei, dietro i doppinfissi di un primo piano, a riempirsi di angoscia per ogni sguardo buttato all’orizzonte.
Liliana avrebbe voluto non vedere, avrebbe voluto non guardare.
Magari abbassare tutte le serrande, oscurare i vetri, ma con il rumore delle onde poteva poco.
Di notte l’accompagnavano fin dentro al letto, strusciavano fra le lenzuola per afferrarla e trascinarla via nel buio e nel freddo. E per quanto si sforzasse di udire in quelle onde la voce della madre sussurrarle una ninna nanna, le strofe erano stonate, l’alito puzzava.
Sprofondata nel cuscino Liliana vedeva i denti della madre marcire tra i vermi sotto un metro di terra e la bocca mangiata canticchiare parole che non ricordava più.
Quella mattina si era alzata sul presto. Aveva preparato la colazione per suo marito ed ora, appoggiata alla porta del bagno, lo guardava farsi la barba. Ascoltava il rumore del rasoio incontrare la resistenza dei peli, lo sciabordio dell'acqua, i colpi sul bordo del lavandino.
“Mi sento morire”, aveva detto.
Suo marito non le aveva risposto.
“Massimo, io mi sento morire”.
Suo marito batté il rasoio sul bordo del lavandino.
“Voglio un figlio”.
Massimo la fissò e lei chinò il viso per guardarsi i piedi nudi e freddi.
“Voglio un figlio, ne ho bisogno”, continuò Liliana.
“Liliana, ne abbiamo già parlato”, le rispose suo marito. Detto questo si insaponò di nuovo il viso.
“Ho paura Massimo, ho paura”, disse lei.
Suo marito si guardò allo specchio e con tranquillità disse: “Devi lavorare, riprendere a vivere, lo sai che questa è la soluzione”.
“Lo so Massimo, lo so…”
Liliana con le braccia strette fissava la tavoletta alzata del water.
“…ma ora che mia madre è morta…”, continuò.
“Tua madre è morta da più di un anno, non ora”, ribadì suo marito piuttosto seccato.
“Lo sai, la sogno ogni notte, e ogni notte sulla sua tomba c’è un bambino che piange”.
Massimo si sciacquò il viso. Parlò mentre teneva le mani in faccia, senza nemmeno guardarla:
“Ne abbiamo già parlato. E non credo che un bambino possa risolvere i nostri problemi”.
“Quali problemi, Massimo?”, Liliana ora guardava la ciocca bianca che suo marito aveva dietro l'orecchio.
“Un bambino adesso sarebbe un problema”.
“Un bambino adesso sarebbe la naturale conseguenza di ciò che siamo”, disse Liliana passandosi una mano sulla pancia, “O di ciò che fingiamo di essere”.
Massimo tolse gli occhi dallo specchio e si rivolse a lei, “ Liliana guardati, è più di un anno che non lavori. Te ne stai chiusa in casa come una massaia nevrotica. Sembra quasi che tu viva per inerzia. E poi con un solo stipendio non ce la faremmo”.
Liliana abbassò gli occhi e si accarezzò il collo, “Tu continui a sentirla, è vero?”
“Non ricominciare. Non è proprio il caso di ricominciare questa storia a prima mattina”.
“Non è mai il caso di ricominciare...”, continuò, ma suo marito la ammonì con fermezza: “Sono stanco di parlare sempre delle solite cose. E' una faccenda vecchia e passata. Discorso chiuso”.
“Ma tu continui a sentirla è vero?”
“Te l'ho detto. No.”
Liliana non disse più niente. Guardò il marito stringersi il nodo della cravatta, e desiderò che quel nodo fosse tutt’altro.
Se ne stava sull’entrata del bagno con le braccia strette mentre suo marito Massimo davanti allo specchio infilava la camicia nei pantaloni.
Sette ore prima.
Poi il marito la baciò ed uscì di casa.
Erano le otto.
Lei rimase sola. Il mare ruggiva. Il cielo era pesante. Decise di sparecchiare e di prepararsi un caffè ma la stanchezza la bloccava in ogni proposito. Osservò la cucina e si chiese se quello che vedeva avesse un senso. Come se quella tavola in disordine avesse qualcosa a che fare con la sua vita.
Tornò di nuovo a letto e provò a dormire.
Si alzò dopo due ore. Più o meno alle dieci.
Andò in cucina, aprì il frigo e vide che mancava il latte. E oltre al latte molte altre cose. Sarebbe andata al supermercato, ma prima avrebbe fatto una sosta al cimitero.
Si dette una sciacquata, si vestì, ed uscì in quel 11 dicembre.
Prese dei fiori olandesi dalla corona sferica. Un mazzetto giallo, l'altro bianco. La fioraia come ogni volta le regalò un mazzetto di fiori di campo. Liliana accennò ad un sorriso e stava per chiederle qualcosa quando vide che la fioraia stava già servendo un'altra signora.
Gli unici rumori venivano da un cantiere interno che la costrinse a deviare dalla solita strada. Sotto quelle nuvole basse operai scavavano la terra per ampliare l'ala ovest e aggiungere nuovo spazio al cimitero che si espandeva. Liliana deviò per la parte più antica, dove non era mai passata. Le lapidi apparivano abbandonate, persone morte i cui cari in vita ora giacevano nella zona più nuova, in un altro isolato. Per la prima volta osservò le foto di quelle vecchie lapidi. Volti di un'altra era impressionati in un bianco e nero senza alcuna sfumatura. Si attardò su delle foto che ritraevano neonati stesi su letti di morte. Piccoli corpi vestiti a festa in un'immagine che non aveva fatto in tempo a fermare quel loro attimo di vita. A loro mise i fiori olandesi.
Lasciò il cimitero dopo aver pulito per bene la tomba della madre ed essere riuscita a non piangere.
Tra gli scaffali del supermercato riempì un carrello intero, attenta a pesare il prezzo e la qualità di ogni prodotto. In fila al banco dei salumi ebbe un breve scambio con un uomo sulla quarantina. L’uomo dagli occhi vivaci e le mani rotte dal freddo chiedeva alla commessa se avessero dello strutto e confidava a Liliana che il sugo, o qualunque zuppa di legumi, con un po’ di strutto lo portavano in cielo.
“Lo provi, mi creda, anche se in questi supermercati è praticamente impossibile trovarlo”, l’uomo la guardò con fare ammiccante, si avvicinò e le sussurrò, “Ricetta di mia nonna”.
Liliana avrebbe desiderato parlare ancora, magari consigliargli una ricetta ma l'uomo prese i suoi due etti di prosciutto e andò via.
Liliana lo vide scomparire dietro uno scaffale.
Uscita dal supermercato sistemò le buste nel bagagliaio e si avviò verso la città vicina.
Per le strade operai arrampicati su grandi scale montavano luci e addobbi, ce ne erano ad ogni incrocio. Il passeggio sui marciapiedi era più fitto del solito, e le file ai semafori diventavano interminabili.
Sentiva come se una stasi paradossale stesse riempiendo quella città. Eppure il traffico e la confusione sembravano rilassarla, darle respiro.
Arrivata al parcheggio del centro lasciò l’auto. Da lì, per quanto distante, si incamminò verso la solita trafila di agenzie interinali. Sei in tutto. Nell’ultima Liliana aveva aspettato il proprio turno sfogliando una rivista e osservando chi aspettava con lei. Per lo più ragazzi sotto la trentina. Tra loro c’era anche un signore di una certa età, sulla sessantina. Quando toccò a lei, la ragazza dell'agenzia le ripropose le stesse domande della prima volta.
“Stiamo aggiornando il database dei curricula”, le aveva detto. Quasi a giustificare le domande che faceva.
E quando l'impiegata le chiese perché un anno prima avesse lasciato il lavoro notò nelle sue parole un certo imbarazzo. Senza farci troppo caso Liliana aveva risposto, “Problemi personali”.
Una volta fuori si fermò in un bar a bere un caffè.
Ora, alle dodici e quarantadue, Liliana usciva dal bar e si avviava verso l'auto per tornare a casa. Stavolta avrebbe fatto la riviera per evitare il traffico.
Ma di nuovo, lungo la strada di casa, sentì il mare. Lo vedeva gonfiarsi oltre gli scheletri dei lidi smontati.
Ebbe chiara l’immagine di se stessa che da mesi passava le giornate a fissarlo dietro quei vetri incrostati dal sale.
Fermò l’auto e scese. Fece un grande respiro. Cercò di respirare più forte che poteva.
Telefonò a suo marito. Il cellulare suonò senza una risposta. Riprovò lasciandolo squillare a lungo. Poi riattaccò.
Sulla riviera c’era poca gente. Anziani che passeggiavano e ragazzi che facevano footing. Ma nessuno sembrava curarsi del mare.
Attraversò la strada e si avviò sulla sabbia.
La spiaggia era sporca. Puntellata da cumuli di detriti portati dal mare. Boe sradicate, alghe, ramoscelli fradici, legni levigati dall’acqua che sembravano ossa bianche. Poi Liliana vide un gabbiano morto, raccolto su un fianco. Si avvicinò e lo toccò con la punta della scarpa. Tirò su il bavero del cappotto e pestò la sabbia fin dove l’onda arrivava.
L’aria era carica di umidità. Sentiva piccole gocce pungerle la faccia come spilli. I frangiflutti spaccavano le onde e le spingevano in alto fino a toccare quel cielo così basso.
Si voltò indietro per vedere le orme lasciate nella sabbia ed ebbe il desiderio di calpestarle a ritroso, come quando da bambina provava a camminare all’indietro senza perdere l’equilibrio.
Poi guardò il mare e fece un passo in avanti. L’acqua le bagnò le scarpe.
Si voltò ancora indietro per guardare la spiaggia. Le case che affacciavano sulla riviera avevano le tapparelle abbassate. Erano vuote, disabitate. E lo sarebbero state per tutto l’inverno, e la primavera, fino all’arrivo dell’estate.
Si spinse ancora fin quando l’acqua non le arrivò ai polpacci.
Vedeva i piedi riemergere quando l’onda si ritirava, poi di nuovo sommersi. L’acqua tirare i lacci delle scarpe e aggrapparsi alle caviglie.
Restò così a sentire il freddo del mare salire lungo il corpo.
Telefonò ancora a suo marito.
E suo marito rispose, “Dimmi”.
“Perché mi hai lasciata?”
Suo marito non disse niente. Restò in silenzio.
“Perché te ne sei andato?”
“Oddio… lo sai perché, ne abbiamo già parlato”.
“Dimmelo”, sussurrò Liliana.
“Liliana, dai. E’ una vecchia storia. Non è questo il momento…”
“Dimmi perché mi hai lasciata”
“Perché…”
Liliana attaccò. Chiuse il telefono mentre avvertiva il mare meno freddo dell’aria che le tagliava la faccia. Era caldo quasi. Lo sentiva man mano che le gambe ci sprofondavano e i pantaloni si appiccicavano alle pelle. Si chiese come mai. Perché quel tepore.
Squillò il cellulare.
“Dove sei Liliana…?”
Liliana non rispose. Vide dei gabbiani volare e posarsi sulla sabbia.
“Dove sei…?”
“Vicino al mare…”
“Dove sei? Non si sente niente”.
“Sono nel mare, Massimo. Nel mare”.
I gabbiani si muovevano come randagi in cerca di cibo.
“COME?”
“Non riconosci il rumore?”
“Non posso parlare ora. Ti chiamo più tardi”.
Liliana vide un'onda crescere dal mare. Si strinse nelle spalle. Chiuse la mano sul cellulare e avvicinò la bocca più che poté.
“Lo sai… mia madre è morta…”, sussurrò.
“Lo so, Liliana, lo so. Ora non posso parlare”.
L’onda si spaccò su un frangiflutti.
“Io non sono più figlia…”.
“Va bene, amore… va bene…”.
“…ora io devo essere madre”.
Il fragore del mare copriva le parole.
“Occhei. Ne parliamo quando torno. Va bene amore?”
L’acqua le arrivava alle ginocchia.
“Io non resterò mai più sola”.
“COSA HAI DETTO?”
“Nessuno mi lascerà più sola”.
"Parla più forte. Non ti sent..."
Liliana attaccò. L’acqua la inghiottiva lentamente. Anche l’orlo del cappotto era ormai fradicio, e per quanto stesse in piedi sentiva il peso del mare aggrapparsi ai vestiti e tirarla giù. Si chiese se stesse piangendo. Aveva il viso bagnato, grondante. Avvertiva il freddo colpirla in faccia e lei non sapeva
Poi il cellulare suonò ancora.
“LILIANA! LILIANA! TI SENTO POCO. VA TUTTO BENE?”
Liliana vide l’onda spaccarsi sui massi.
“LILIANA!?”
Inghiottire i frangiflutti.
“LILIANA!?”
Vide l’onda correre verso di lei.
“LILIANA!?”
Indietreggiò.
Il mare la risucchiava dai piedi.
“LILIANA NON TI SENTO!”
Le gambe erano diventate pesanti.
“VA TUTTO BENE?”
Non riusciva a muoversi.
“LILIANA!?”
Spinse. Spinse. Spinse di più, con più forza. Tentò di correre. A fatica, in modo scomposto. Cercò di farlo verso la spiaggia mentre il fragore del mare la stordiva.
Sentì le gambe cedere per lo sforzo, la vertigine affondare nella sua goffa corsa per poi cadere sulla sabbia dove era asciutto. Cadde di faccia. Mangiando sabbia mentre il respiro era affannoso.
Sentì la voce di suo marito chiamarla dal telefono. Si girò sulla schiena e rispose.
“Dimmi”
“NON SI SENTE NIENTE! NIENTE. DOVE SEI, amore?”
Liliana vide i gabbiani alzarsi in volo, poi le macchine passare lungo la riviera.
“Sto tornando a casa”, rispose, “Ho freddo”.
“A chi lo dici”, disse suo marito, “Non vedo l’ora che quest’inverno passi”.
Liliana sentì che stava per piangere, “Pensi di finire tardi stasera?”
“Cerco di tornare il più presto possibile, va bene?”, disse suo marito.
Liliana attese un po’. Si mise a sedere e guardò le scarpe fradice e sporche di sabbia.
“Che cosa vuoi mangiare?”
“Fai tu. Lo sai che sei una cuoca sopraffina”
Prese un legnetto e disegnò un cerchio sulla sabbia, “Faccio i fagioli con lo strutto”.
“Si, buoni. Non vedo l’ora”.
Restò a sputare i granelli di sabbia mentre all'orizzonte sembrava fosse già notte. Disegnò dei raggi attorno al cerchio e andò via.
Liliana attaccò. L’acqua la inghiottiva lentamente. Anche l’orlo del cappotto era ormai fradicio, e per quanto stesse in piedi sentiva il peso del mare aggrapparsi ai vestiti e tirarla giù. Si chiese se stesse piangendo. Aveva il viso bagnato, grondante. Avvertiva il freddo colpirla in faccia e lei non sapeva
Poi il cellulare suonò ancora.
“LILIANA! LILIANA! TI SENTO POCO. VA TUTTO BENE?”
Liliana vide l’onda spaccarsi sui massi.
“LILIANA!?”
Inghiottire i frangiflutti.
“LILIANA!?”
Vide l’onda correre verso di lei.
“LILIANA!?”
Indietreggiò.
Il mare la risucchiava dai piedi.
“LILIANA NON TI SENTO!”
Le gambe erano diventate pesanti.
“VA TUTTO BENE?”
Non riusciva a muoversi.
“LILIANA!?”
Spinse. Spinse. Spinse di più, con più forza. Tentò di correre. A fatica, in modo scomposto. Cercò di farlo verso la spiaggia mentre il fragore del mare la stordiva.
Sentì le gambe cedere per lo sforzo, la vertigine affondare nella sua goffa corsa per poi cadere sulla sabbia dove era asciutto. Cadde di faccia. Mangiando sabbia mentre il respiro era affannoso.
Sentì la voce di suo marito chiamarla dal telefono. Si girò sulla schiena e rispose.
“Dimmi”
“NON SI SENTE NIENTE! NIENTE. DOVE SEI, amore?”
Liliana vide i gabbiani alzarsi in volo, poi le macchine passare lungo la riviera.
“Sto tornando a casa”, rispose, “Ho freddo”.
“A chi lo dici”, disse suo marito, “Non vedo l’ora che quest’inverno passi”.
Liliana sentì che stava per piangere, “Pensi di finire tardi stasera?”
“Cerco di tornare il più presto possibile, va bene?”, disse suo marito.
Liliana attese un po’. Si mise a sedere e guardò le scarpe fradice e sporche di sabbia.
“Che cosa vuoi mangiare?”
“Fai tu. Lo sai che sei una cuoca sopraffina”
Prese un legnetto e disegnò un cerchio sulla sabbia, “Faccio i fagioli con lo strutto”.
“Si, buoni. Non vedo l’ora”.
Restò a sputare i granelli di sabbia mentre all'orizzonte sembrava fosse già notte. Disegnò dei raggi attorno al cerchio e andò via.
Una volta a casa Liliana si spogliò. Prese i vestiti e prima di ficcarli in lavatrice vi ci immerse la faccia. Saggiò il tessuto con la lingua, succhiò il salato.
Riassettò tutta la casa. Rifece il letto. Piegò i panni nell’armadio e nei cassetti. Spazzò e lavò in ogni stanza.
Si erano fatte le tre quando ebbe finito.
Ora, con le braccia strette, Liliana fissava il mare da dietro le finestre. La notte all'orizzonte era più vicina. Tra meno di un'ora avrebbe inghiottito quella casa sulla riviera.
Liliana avrebbe voluto non guardare il mare. Masticava se stesso. Ingoiava onde per sputarne altre più grandi.
Vide l’ultima onda inghiottire la spiaggia e raggiungere la strada. La vide tracimare oltre il muretto e lambire il marciapiede. Si vide bambina scappare dalle onde per poi rincorrerle mentre sua madre su una stuoia leggeva un libro e da lontano le sorrideva.
Poi chiuse gli occhi,abbassò le serrande e si mise a letto.
Erano le tre e cinque di pomeriggio di un 11 dicembre.
Quel pomeriggio Liliana sognò che il mare le entrava in casa, e lei, raccolta sul letto si stringeva a sua madre perché non voleva scendere. Restava a letto avvinghiata al suo piccolo bambino perché aveva paura di scendere e di bagnarsi i piedi in quel mare freddo e nero che inondava la stanza.
7 commenti:
Bello bello bello bello!
oltre lo strutto - che, per deformazione professionale ho apprezzato - ho lagrimato in tensione con la scrittura fino alla fine. Ste-
Grazie Ste-maiale ubriaco, anche se temo che il pianto sia dovuto alla bontà della zuppa di fagioli.
La tensione della scrittura è niente rispetto alla tensione del legume.
Ho sempre sognato di scrivere un dialogo tra quattro commensali che dissertano di massimi sistemi mentre la narrazione è accompagnata dalla precisa e succulenta descrizione delle portate.
Alla fine della dissertazione i commensali, accalorati dall'incapacità di giungere ad una visione condivisa, si rivolgono al cuoco chiedendogli un'opinione e lui risponde: "Questa è una caprese di mia invenzione". Porge loro il dessert, e nel silenzio della degustazione le menti sono sopraffatte da un'unica visione più ampia, che nasce dal corpo, che unisce.
Soltanto allora gli esimi comprendono che i termini andavano invertiti: ciò che fino ad allora era stato accompagnamento sarebbe dovuto essere il tema portante: la pappa.
Bè, trova il modo di scriverla allora. Si la tensione del legume - poi quando è davvero buono..cioè che senti la Terra proprio - è cosa nobile..ma io sono stato davvero con Liliana! Cmq: io devo assolutamente finire una cosa che per certi versi è pure ispirata a te via Manlyo, e che si chiama "Un rospo". Aspetto il prossimo. Frattanto vienici pure a trovare. Il Maiale è la mia anima pop. Tra massaie..... . Ste-
Cazzo, questo è il migliore dei tre eppure non sei come il buon vino che migliora invecchiando. Tu sei ancora un sacco gggiovane ed aitante.
Si si, ho riscontrato tutte le briciole di pane che hai disseminato nel corpo narrativo in vista di ritrovare la strada di casa. Si avvertono, ad un livello inconscio, tutti i tiranti che tengono in piedi la storia ed è tutto di un naturale che sorprende piacevolmente. Niente risulta artefatto. Complimenti davvero. Ora mi ritiro in attesa del prossimo regalo che vorrai farci...au revoir!
Questo racconto ti lascia scoperta la solitudine che è in ognuno di noi, e senti il mare e il freddo.
Molto bello.
Simona T.
Panta rei....
Mi sono davvero emozionata, complimenti.
Accostare la descrizione del mare al fluire dei sentimenti di Liliana è più che mai emblematico.
Non è facile parlare della solitudine che può annidarsi nel cuore di una donna.
Grazie!
Sik, Simtor, Lu, grazie per l'energia che date a questo racconto, dunque anche a me.
Mi piace il fatto che ci leggiate dei noccioli emotivi, che riusciate a tirarli fuori e a farmeli vedere: questi dal racconto passano attraverso voi e poi arrivano a me. Geniale!
Il prossimo che pubblico (chiedo venia per il ritardo) è un pò più defaticante. Diciamo quasi un dialogo riflessivo.
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