mercoledì 2 gennaio 2008

Due anni

Hai dormito un buon sonno. Lungo, rilassato, e, a pensarci, senza neanche troppi sogni.
Dalle persiane filtra la luce di un mattino soleggiato. I rumori in strada sono i rumori della città viva: l’incedere pesante dei tram, i motori delle macchine, il ronzio degli scooter, poche voci.
Senti il solaio scricchiolare e lo guardi come fai sempre, sempre con la paura che sia sul punto di venire giù sotto dei passi troppo pesanti. Ma sai che su quel tetto non c’è nessuno, dunque ti alzi dal letto e vai in bagno per defecare.
E’ il tuo primo giorno da disoccupato.
Appena un mese fa hai consegnato la lettera di dimissioni. ‘Lettera di dimissioni con preavviso’. Un modello anonimo scaricato dalla rete, pieno pieno di formule e parole desuete che hai lasciato com’erano.
Alla voce ‘Motivazioni’ hai scritto ‘Nessuna motivazione’. Certo, avresti potuto cancellare la riga visto che non avevi niente da dire, ma il poter informare la direzione di non aver nessun motivo per lasciare il lavoro ti era suonato come una misteriosa rivalsa.
La notte precedente alla stesura di quella lettera avevi bevuto come un pazzo. Lo sentivi che quella notte il tuo bere aveva un che di disperato, lo avevi sentito per tutta la serata. A partire dall’aperitivo consumato da solo, per continuare durante la cena con alcuni tuoi colleghi, fino al dopocena, in giro, come spesso facevi, per puttane fino a tardi.
Sulla strada di casa, in quella stessa notte, sei stato costretto a fermarti più di una volta. Non ricordi nemmeno quante. Eppure continuavi a vedere doppio, a guidare male, a vomitare. Una volta a casa sei crollato in un sonno profondo. Le due sveglie che suonavano e tu che neanche le sentivi. Ti sei svegliato all’improvviso e l’ansia ti divorava, perché era già tardi, troppo tardi, quando, quella stessa mattina, come molte altre, avresti dovuto iniziare a lavorare alle sei. Era una domenica, di un mese fa.

“Sono la signora Corbella”, la vicina di casa bussa alla porta e si presenta con due cornetti, “ho provato a bussare anche prima. Credevo non ci fosse nessuno, ma non avendola sentita uscire stamane ho pensato stesse poco bene… col freddo che fa l’influenza fa bisboccia.”
Prendi i cornetti e ringrazi. Ma lei non va via.
“Lo sa, continuo a sentire dei passi sul tetto. Ogni volta ho paura che il solaio stia per crollare.”
Dici alla vedova Corbella che anche tu hai la stessa impressione, e che ogni volta trasalisci per poi ascoltare il tetto assestarsi.
“Sono questi palazzi antichi. Scricchiolano come le ossa dei vecchi”, dice la vedova Corbella, “Vuole un caffè?”
Tu accetti nonostante sei ancora in pigiama.
Ricordi. Da quando ti sei trasferito in questo condominio hai sempre rifiutato gli inviti della vedova Corbella. Per lo più ci chiacchieri sul pianerottolo perché credi sia un luogo di nessuno, quindi adatto.
Però questa volta accetti. In fondo stai per partire, non devi lavorare. E ti sorprende questa sensazione di calore ora che scopri che la cucina della vedova è come l’hai sempre immaginata. No. Non chiederti il perché di questo senso di spossatezza, di questa improvvisa nostalgia. Forse perché tutto questo sembra appartenere ad un ricordo. Già, pensi, sembra il deja-vu di un nocciolo di esistenza.
Ti accomiati dalla vecchia signora dopo aver bevuto il caffè e aver pensato per tutto il tempo di non esserti fatto il bidè.
Rientri in casa, fai il letto, riassetti la stanza e la cucina, poi fai una doccia calda.

Sei arrivato al giro di boa, ti dici. Ti senti come uno di quei vecchi navigatori quando ancora si credeva che la terra fosse piatta, e dunque avesse una fine. Poi, come quel navigatore, decidi di metterti in mare per raggiungere l’estremo confine. Ma ignaro di aver circumnavigato il mondo e la vita, a poche miglia da casa, muori di stenti con tutta la ciurma, quando ancora non hai perso la speranza di vedere la fine, di poterla solcare fra le onde. A te che il mare ha sempre fatto schifo.
Sul letto pochi vestiti ripiegati. Un paio di pantaloni. Un paio di camicie. Due maglioni. Quattro mutande, calzini necessari, due asciugamani.
Ieri sera hai inviato a lei un sms, sei sveglia?.
Hai atteso un po’, poi, spento il cellulare, ti sei messo a letto.
Ora, dopo aver chiuso la piccola valigia, le invii un sms per informarla che tra un’ora partirai. Hai voglia di vedere come si sono sistemate nella nuova casa. Lei e la bimba. Certo, ora non sai nemmeno perché, ma hai voglia di incontrarle.
Tra quattro ore dovrei essere lì, le scrivi.
Sono passati due anni dall’ultima volta che le hai parlato, altrettanti da quando l’hai vista. Due anni come se per te non fossero mai esistite. Due anni in cui tu non sei mai esistito. Due anni da quella sera in cui lei te lo disse. Aveva paura, ricordi, tremava, eppure era così dolce. E tu, senza sapere perché, l’hai picchiata e sei andato via.
“Vai via, e non tornare mai più”, ti aveva gridato lei con la bocca spaccata, e tu ti guardavi le nocche sporche di sangue, “Sei un mostro. Vai via. Non tornare mai più”.
No. Non l’hai fatto. Non sei tornato mai più perché sei un mostro.
Il solaio scricchiola ancora. Lo fissi stringendoti nelle spalle. Prendi il bagaglio e vai via.
Uscendo, ti blocchi sulla porta. Apri il mobile delle scarpe che sta nell’ingresso e conti tredici paia. Un bel bottino, non credi.
Ed ora che viaggi, ora che l’auto scivola silenziosa sull’asfalto non sorprenderti se scoppi a piangere. Non chiederti perché, né tantomeno se ti succede per ben tre volte. Ora sei in macchina e viaggi da solo in autostrada.
Asciugati gli occhi uomo, porta questo nome con dignità, perché ti stanno lampeggiando e tra poco ti fermeranno. Certo, si, è una pattuglia della polizia che vorrà chiederti documenti e quant’altro. Dici che è strano. Dici che è strano che ti fermino in autostrada neanche fossimo su una highway americana. Eppure tremi. Hai paura. Mi chiedo soltanto di cosa tu abbia paura. Di quale porzione di te. Quella che immagini o quella che non ricordi? Ma ora rallenta ed accosta se non vuoi metterti nei guai. In fondo se tu non parli loro non sanno. I pensieri, ciò che conti di fare, è soltanto tuo e di nessun altro. Perché anche questo è un tuo segreto.
“Favorisca i documenti”.
Vedi, sembra fatta. Il poliziotto si è allontanato, farà il controllo di rito in centrale, e tu, che non hai niente da temere, ripartirai come se niente fosse successo. Lo so, che vuoi farci, dallo specchietto ne vedi sopraggiungere un altro. Avrà voglia di fare due chiacchiere per ammazzare il tempo. Eppure continua a sembrarti strano che ti abbiano fermato a questo modo, come se ti avessero letto dentro.
“Ha con sé droga? Armi?”
Rispondi. In fondo non c’è nessun problema. E’ tutto in regola. Se resti zitto a fissare il vuoto non fai che complicare tutto.
“Ha con sé droga? Armi?”, ti ha ripetuto il poliziotto. Lo senti? Lo vedi che si sta sporgendo nell’abitacolo?
Ecco bravo, apri il cruscotto e tira fuori la pistola. E’ quello che ti stanno chiedendo. E non c’è problema. Hai una pistola, è tua, ed hai anche un regolare porto d’armi. Che poi ti intimano di scendere dall’auto puntandoti contro la loro di pistola anche questo fa parte del lavoro.
Tra poco ti porteranno via. Stanno perquisendo l’auto in ogni angolo ed ora aprono la tua piccola valigia e la svuotano. E se ti chiedi il perché di tutto questo sospetto non fartene una malattia, in fondo viaggi con un’arma e per quanto siano mesi che tu nemmeno la tocchi ora l’hai portata con te. Ed un motivo c’è sempre per portarsi dietro un’arma.
“Per favore ci segua”
Lasci l’autostrada seguendo l'auto della polizia. Non ti hanno ridato né il porto d’armi né la pistola. Vogliono che li segua nella caserma di un paese vicino. Cosa ci sia che non va non so dirtelo. Dovresti essere tu a saperlo. E va bene: se dici che non c’è niente parcheggia l’auto davanti a questa costruzione rosa e non chiederti perché ti hanno portato in caserma.

Seduto ad una scrivania rispondi a diverse domande.
Il maresciallo sembra sorpreso dal fatto che porti una pistola con te. Tu gliel’hai spiegato che stai tornando a casa. Che stai tornando nella tua vecchia città. “E un bagaglio così piccolo?” ti chiede. E’ solo per un po’ di tempo, tu rispondi. Pochi giorni. Un paio.
“Il poligono di tiro…?”, ripete il maresciallo.
Si, il poligono di tiro. Menti. Perché il poligono di tiro ti rilassa. Quelle luci al neon, le pareti grigie e spoglie, gli spari che sembrano arrivare da lontano con le cuffie di protezione sulle orecchie. Menti. Come se in quelle cuffie si nascondessero chilometri di distanza. Gli occhiali puliti che la realtà sembra più chiara. Premere il grilletto ad intervalli brevi e regolari come bracciate incessanti in una piscina azzurra.
Questo però non lo dici. Questa poesia che ti inventi fai bene a non dirla.
Il sole di un piccolo paese sugli Appennini inonda la stanza e sa d’inverno.
“Negli ultimi due anni lei non risulta iscritto a nessun poligono di tiro”, continua il maresciallo.
Certo, hai avuto poco tempo e modo di dedicarti allo sport da quando ti sei trasferito.
“Come mai si è trasferito in un’altra città?”, lui ti chiede.
Tu rispondi che è per lavoro.
“Nient’altro?”
No. Soltanto per lavoro.
E menti ancora. Perché sai che i pensieri sono soltanto tuoi e di nessun altro.
Senti i tasti del computer battere e le domande del maresciallo incalzare per arrivare non capisci dove. Ma ti vedo calmo. Calmo come non ti ho mai visto.
Ed ora hai voglia di fumarti una sigaretta che chiedi. Te la danno, ed in fondo fanno soltanto il loro lavoro. Tutto ciò che va fatto, come tu hai sempre sostenuto.
Ti accomodi fuori per fumare, dicono di non allontanarti. Un poliziotto ti accompagna e comincia a chiacchierare con un collega dall’altra parte della guardiola.
Tu li guardi. Pensi a qualcosa che nessuno può sapere. Poi getti la sigaretta e ritorni nella stanza. Un'altra ventina di minuti di domande. E vedi, ti restituiscono i documenti.
Ma la pistola ed il porto d’armi no. Li trattengono per ulteriori controlli.

Cosa c’è ora che sei rientrato nell’auto. Non pensare e non farti domande. Sistema il libretto nel cruscotto, ripiega i vestiti nella piccola valigia, metti la chiave nel quadro, e parti. Lei e la bimba ti stanno aspettando. Magari dovresti informarle del tuo ritardo, ma che importa. Sul display c’è l’avviso di una chiamata senza risposta. E’ lei.
Poi visualizzi un messaggio: Ti stiamo aspettando.
Non c’è altro da fare. Per quanto gli eventi abbiano subito piccole variazioni devi fare ciò che stai facendo: allacciati la cintura di sicurezza, ruota la chiave e dai gas. Ma pensi alla pistola. Pensi a lei e alla bambina.
Prendi il cellulare. Leggi ancora il messaggio. Lo spegni del tutto.
Ti passi una mano sulla fronte. Slacci la cintura. Esci dall’auto.
Attraversi la strada tranquilla ed entri in un bar. Ti siedi ad un tavolo ed ordini un caffè. Te lo porta il ragazzo che sta dietro al bancone. Avrà trentaquattro anni.
Ti direi di non fermarti ora. Non adesso. Ma tu ti guardi intorno mentre la tv dà uno di quei programmi della mattina in cui sono invitate piccole persone: giardinieri, cuochi, impiegati, operai, casalinghe, a parlare di non sai nemmeno tu cosa. Non l’hai mai saputo.
Due tavoli più in là ci sono due signore anziane con delle buste della spesa. Al bancone un vecchio ed una signora che bevono qualcosa e chiacchierano.
Al tavolo di fianco al tuo, una bambina scarabocchia su dei fogli sciolti.
Ordini un altro caffè ed intanto guardi fuori dai vetri il piccolo giardinetto con una vecchia altalena e quella giostra rotonda con tanti sedili da spingere. Senti ancora quel senso di spossatezza. Quel grumo di esistenza che non sai da dove arrivi.
I due poliziotti escono dalla caserma. Li vedi salire in macchina e ripartire con la sirena accesa.
La sigla del telegiornale riempie l’aria del bar. Il ragazzo porta il caffè e ti accorgi che la bambina ti sta tirando per un braccio.
“Ti piace? Questa è una balena”, ti chiede.
Guardi quegli scarabocchi blu e fai cenno di si con la testa.
“E questo ti piace? Questa è la mia mano”.
Annuisci ancora.
“Questo è Bebè, il nostro cane”, e ne caccia fuori un altro, “Tu sai disegnare?”
Dici di no alla bambina che avrà quattro anni.
Allora la bambina si mette in piedi di fianco a te, si poggia sul tuo tavolo ed inizia un nuovo disegno.
Ti giri a seguire la tv. Un nome ti ha rapito. Il telegiornale parla della città che hai lasciato da un paio d’ore e di un palazzo il cui il tetto ha ceduto. Le immagini che scorrono mostrano vigili del fuoco aggirarsi tra le macerie di un ultimo piano.
Si cercano due corpi, dice il giornalista. Di un uomo sulla quarantina e di un’anziana vedova. Ti sembra di riconoscere casa tua. Di vedere le tue scarpe spaiate confuse tra i detriti. Il senso di una vita buttata al vento.
La bambina ti strattona ancora costringendoti a guardare un nuovo disegno.
Tu fai cenno di non capire, e la bambina stupita dice: “Questa è nonna!”
Finisci di bere il caffè e ti alzi per andare via. La bambina ti offre i disegni che ha fatto e tu li prendi, ma in cambio vuole che tu la spinga sull’altalena.
“Però mi spingi un po’ sull’altalena”.
Guardi verso il ragazzo che credi sia il padre. Lui annuisce con la testa.
Senti una piccola mano che tira la tua. La bambina si avvia fuori e vuole che tu la segua, poi monta sul piccolo sedile. L’altro resta vuoto, lo guardi e hai l'impressione che se ne stia in silenzio. Tu le appoggi le mani dietro la schiena, ristai un poco mentre le guardi i capelli ricci e neri. Il piccolo collo. Poi inizi a spingerla con delicatezza.
Ti senti perso. Scapperai ancora.
E la bambina ti chiede se anche tu hai una figlia.
“E le vuoi bene?”
“Non lo so”
“E quanti anni ha?”
Due anni, rispondi.
Poi la bambina ti dice di spingerla più in alto.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

A me piace più questo.
Ha un senso di claustrofobico e di ineluttabile che mi aggrada molto. Il ritmo, poi, è martellante come garba a me e non lascia il tempo di rifiatare.
Io, essendo grezzo e plateale, avrei fatto saltare il cervello allo sbirro ma so che non è nel tuo stile...eh eh eh...ciao Antilope e buona anno passato!

Anonimo ha detto...

Fantastico....decisamente labirintico,tortuoso ma al punto giusto.Tu sai coma mi lasciano i tuoi racconti...con un sospiro che scatena dentro un terremoto di emozioni.

Anonimo ha detto...

D'accordo con Sik, meglio questo: il fato o la fortuna che definisce le azioni e determina il futuro (o determina le azioni e definisce il futuro...), aiutato solo dall'istinto; la ragione come utopia di cui non si sente la mancanza .
Cara Antilope, però per i miei gusti (deformati da chili e chili di letture di Carver!)un pò troppi aggettivi e complementi, che rafforzano le immagini ma rallentano un pò il ritmo.
Buon anno a tutti, artiodattili e non.

Anonimo ha detto...

bel racconto. mi è piaciuto.
una domanda: chi è l'uomo sulla quarantina? sei tu?

Anonimo ha detto...

Mi è piaciuto, la tensione l'avverti dalla prima all'ultima parola.Chi è avvezzo a questo tipo di letture, ipotizza finali già da subito, con te questo "gioco" non riesce.
Simtor

Antilope ha detto...

Cari, gentilissimi lettrici e lettori ed interventisti, buon anno passato, come dice Sik, e buon anno a venire... o forse dovrei dire Due anni a venire. Maglio centosettantasette a questo punto!

Brindo al labirintico delle piccole storie, all'ineluttabile di ogni azione, all'assassinio dell'aggettivo, ai quarantanni che non sono i miei, al finale che è di chi legge e non di chi scrive.