giovedì 17 gennaio 2008

Nel mare

Il mare le entrava in casa.
Era l’11 dicembre. Un martedì pomeriggio. Precisamente le tre.
Da nove giorni il mare era nero, grosso, rabbioso. Masticava la spiaggia per arrivare quasi a lambire la strada.
La strada appariva come l’ultimo argine in grado di contenerne la forza.
Oltre quella strada c’era lei, dietro i doppinfissi di un primo piano, a riempirsi di angoscia per ogni sguardo buttato all’orizzonte.
Liliana avrebbe voluto non vedere, avrebbe voluto non guardare.
Magari abbassare tutte le serrande, oscurare i vetri, ma con il rumore delle onde poteva poco.
Di notte l’accompagnavano fin dentro al letto, strusciavano fra le lenzuola per afferrarla e trascinarla via nel buio e nel freddo. E per quanto si sforzasse di udire in quelle onde la voce della madre sussurrarle una ninna nanna, le strofe erano stonate, l’alito puzzava.
Sprofondata nel cuscino Liliana vedeva i denti della madre marcire tra i vermi sotto un metro di terra e la bocca mangiata canticchiare parole che non ricordava più.

Quella mattina si era alzata sul presto. Aveva preparato la colazione per suo marito ed ora, appoggiata alla porta del bagno, lo guardava farsi la barba. Ascoltava il rumore del rasoio incontrare la resistenza dei peli, lo sciabordio dell'acqua, i colpi sul bordo del lavandino.
“Mi sento morire”, aveva detto.
Suo marito non le aveva risposto.
“Massimo, io mi sento morire”.
Suo marito batté il rasoio sul bordo del lavandino.
“Voglio un figlio”.
Massimo la fissò e lei chinò il viso per guardarsi i piedi nudi e freddi.
“Voglio un figlio, ne ho bisogno”, continuò Liliana.
“Liliana, ne abbiamo già parlato”, le rispose suo marito. Detto questo si insaponò di nuovo il viso.
“Ho paura Massimo, ho paura”, disse lei.
Suo marito si guardò allo specchio e con tranquillità disse: “Devi lavorare, riprendere a vivere, lo sai che questa è la soluzione”.
“Lo so Massimo, lo so…”
Liliana con le braccia strette fissava la tavoletta alzata del water.
“…ma ora che mia madre è morta…”, continuò.
“Tua madre è morta da più di un anno, non ora”, ribadì suo marito piuttosto seccato.
“Lo sai, la sogno ogni notte, e ogni notte sulla sua tomba c’è un bambino che piange”.
Massimo si sciacquò il viso. Parlò mentre teneva le mani in faccia, senza nemmeno guardarla:
“Ne abbiamo già parlato. E non credo che un bambino possa risolvere i nostri problemi”.
“Quali problemi, Massimo?”, Liliana ora guardava la ciocca bianca che suo marito aveva dietro l'orecchio.
“Un bambino adesso sarebbe un problema”.
“Un bambino adesso sarebbe la naturale conseguenza di ciò che siamo”, disse Liliana passandosi una mano sulla pancia, “O di ciò che fingiamo di essere”.
Massimo tolse gli occhi dallo specchio e si rivolse a lei, “ Liliana guardati, è più di un anno che non lavori. Te ne stai chiusa in casa come una massaia nevrotica. Sembra quasi che tu viva per inerzia. E poi con un solo stipendio non ce la faremmo”.
Liliana abbassò gli occhi e si accarezzò il collo, “Tu continui a sentirla, è vero?”
“Non ricominciare. Non è proprio il caso di ricominciare questa storia a prima mattina”.
“Non è mai il caso di ricominciare...”, continuò, ma suo marito la ammonì con fermezza: “Sono stanco di parlare sempre delle solite cose. E' una faccenda vecchia e passata. Discorso chiuso”.
“Ma tu continui a sentirla è vero?”
“Te l'ho detto. No.”
Liliana non disse più niente. Guardò il marito stringersi il nodo della cravatta, e desiderò che quel nodo fosse tutt’altro.
Se ne stava sull’entrata del bagno con le braccia strette mentre suo marito Massimo davanti allo specchio infilava la camicia nei pantaloni.
Sette ore prima.
Poi il marito la baciò ed uscì di casa.
Erano le otto.
Lei rimase sola. Il mare ruggiva. Il cielo era pesante. Decise di sparecchiare e di prepararsi un caffè ma la stanchezza la bloccava in ogni proposito. Osservò la cucina e si chiese se quello che vedeva avesse un senso. Come se quella tavola in disordine avesse qualcosa a che fare con la sua vita.
Tornò di nuovo a letto e provò a dormire.
Si alzò dopo due ore. Più o meno alle dieci.
Andò in cucina, aprì il frigo e vide che mancava il latte. E oltre al latte molte altre cose. Sarebbe andata al supermercato, ma prima avrebbe fatto una sosta al cimitero.
Si dette una sciacquata, si vestì, ed uscì in quel 11 dicembre.

Prese dei fiori olandesi dalla corona sferica. Un mazzetto giallo, l'altro bianco. La fioraia come ogni volta le regalò un mazzetto di fiori di campo. Liliana accennò ad un sorriso e stava per chiederle qualcosa quando vide che la fioraia stava già servendo un'altra signora.
Gli unici rumori venivano da un cantiere interno che la costrinse a deviare dalla solita strada. Sotto quelle nuvole basse operai scavavano la terra per ampliare l'ala ovest e aggiungere nuovo spazio al cimitero che si espandeva. Liliana deviò per la parte più antica, dove non era mai passata. Le lapidi apparivano abbandonate, persone morte i cui cari in vita ora giacevano nella zona più nuova, in un altro isolato. Per la prima volta osservò le foto di quelle vecchie lapidi. Volti di un'altra era impressionati in un bianco e nero senza alcuna sfumatura. Si attardò su delle foto che ritraevano neonati stesi su letti di morte. Piccoli corpi vestiti a festa in un'immagine che non aveva fatto in tempo a fermare quel loro attimo di vita. A loro mise i fiori olandesi.
Lasciò il cimitero dopo aver pulito per bene la tomba della madre ed essere riuscita a non piangere.

Tra gli scaffali del supermercato riempì un carrello intero, attenta a pesare il prezzo e la qualità di ogni prodotto. In fila al banco dei salumi ebbe un breve scambio con un uomo sulla quarantina. L’uomo dagli occhi vivaci e le mani rotte dal freddo chiedeva alla commessa se avessero dello strutto e confidava a Liliana che il sugo, o qualunque zuppa di legumi, con un po’ di strutto lo portavano in cielo.
“Lo provi, mi creda, anche se in questi supermercati è praticamente impossibile trovarlo”, l’uomo la guardò con fare ammiccante, si avvicinò e le sussurrò, “Ricetta di mia nonna”.
Liliana avrebbe desiderato parlare ancora, magari consigliargli una ricetta ma l'uomo prese i suoi due etti di prosciutto e andò via.
Liliana lo vide scomparire dietro uno scaffale.
Uscita dal supermercato sistemò le buste nel bagagliaio e si avviò verso la città vicina.

Per le strade operai arrampicati su grandi scale montavano luci e addobbi, ce ne erano ad ogni incrocio. Il passeggio sui marciapiedi era più fitto del solito, e le file ai semafori diventavano interminabili.
Sentiva come se una stasi paradossale stesse riempiendo quella città. Eppure il traffico e la confusione sembravano rilassarla, darle respiro.
Arrivata al parcheggio del centro lasciò l’auto. Da lì, per quanto distante, si incamminò verso la solita trafila di agenzie interinali. Sei in tutto. Nell’ultima Liliana aveva aspettato il proprio turno sfogliando una rivista e osservando chi aspettava con lei. Per lo più ragazzi sotto la trentina. Tra loro c’era anche un signore di una certa età, sulla sessantina. Quando toccò a lei, la ragazza dell'agenzia le ripropose le stesse domande della prima volta.
“Stiamo aggiornando il database dei curricula”, le aveva detto. Quasi a giustificare le domande che faceva.
E quando l'impiegata le chiese perché un anno prima avesse lasciato il lavoro notò nelle sue parole un certo imbarazzo. Senza farci troppo caso Liliana aveva risposto, “Problemi personali”.
Una volta fuori si fermò in un bar a bere un caffè.
Ora, alle dodici e quarantadue, Liliana usciva dal bar e si avviava verso l'auto per tornare a casa. Stavolta avrebbe fatto la riviera per evitare il traffico.
Ma di nuovo, lungo la strada di casa, sentì il mare. Lo vedeva gonfiarsi oltre gli scheletri dei lidi smontati.
Ebbe chiara l’immagine di se stessa che da mesi passava le giornate a fissarlo dietro quei vetri incrostati dal sale.
Fermò l’auto e scese. Fece un grande respiro. Cercò di respirare più forte che poteva.
Telefonò a suo marito. Il cellulare suonò senza una risposta. Riprovò lasciandolo squillare a lungo. Poi riattaccò.

Sulla riviera c’era poca gente. Anziani che passeggiavano e ragazzi che facevano footing. Ma nessuno sembrava curarsi del mare.
Attraversò la strada e si avviò sulla sabbia.
La spiaggia era sporca. Puntellata da cumuli di detriti portati dal mare. Boe sradicate, alghe, ramoscelli fradici, legni levigati dall’acqua che sembravano ossa bianche. Poi Liliana vide un gabbiano morto, raccolto su un fianco. Si avvicinò e lo toccò con la punta della scarpa. Tirò su il bavero del cappotto e pestò la sabbia fin dove l’onda arrivava.
L’aria era carica di umidità. Sentiva piccole gocce pungerle la faccia come spilli. I frangiflutti spaccavano le onde e le spingevano in alto fino a toccare quel cielo così basso.
Si voltò indietro per vedere le orme lasciate nella sabbia ed ebbe il desiderio di calpestarle a ritroso, come quando da bambina provava a camminare all’indietro senza perdere l’equilibrio.
Poi guardò il mare e fece un passo in avanti. L’acqua le bagnò le scarpe.
Si voltò ancora indietro per guardare la spiaggia. Le case che affacciavano sulla riviera avevano le tapparelle abbassate. Erano vuote, disabitate. E lo sarebbero state per tutto l’inverno, e la primavera, fino all’arrivo dell’estate.
Si spinse ancora fin quando l’acqua non le arrivò ai polpacci.
Vedeva i piedi riemergere quando l’onda si ritirava, poi di nuovo sommersi. L’acqua tirare i lacci delle scarpe e aggrapparsi alle caviglie.
Restò così a sentire il freddo del mare salire lungo il corpo.
Telefonò ancora a suo marito.
E suo marito rispose, “Dimmi”.
“Perché mi hai lasciata?”
Suo marito non disse niente. Restò in silenzio.
“Perché te ne sei andato?”
“Oddio… lo sai perché, ne abbiamo già parlato”.
“Dimmelo”, sussurrò Liliana.
“Liliana, dai. E’ una vecchia storia. Non è questo il momento…”
“Dimmi perché mi hai lasciata”
“Perché…”
Liliana attaccò. Chiuse il telefono mentre avvertiva il mare meno freddo dell’aria che le tagliava la faccia. Era caldo quasi. Lo sentiva man mano che le gambe ci sprofondavano e i pantaloni si appiccicavano alle pelle. Si chiese come mai. Perché quel tepore.
Squillò il cellulare.
“Dove sei Liliana…?”
Liliana non rispose. Vide dei gabbiani volare e posarsi sulla sabbia.
“Dove sei…?”
“Vicino al mare…”
“Dove sei? Non si sente niente”.
“Sono nel mare, Massimo. Nel mare”.
I gabbiani si muovevano come randagi in cerca di cibo.
“COME?”
“Non riconosci il rumore?”
“Non posso parlare ora. Ti chiamo più tardi”.
Liliana vide un'onda crescere dal mare. Si strinse nelle spalle. Chiuse la mano sul cellulare e avvicinò la bocca più che poté.
“Lo sai… mia madre è morta…”, sussurrò.
“Lo so, Liliana, lo so. Ora non posso parlare”.
L’onda si spaccò su un frangiflutti.
“Io non sono più figlia…”.
“Va bene, amore… va bene…”.
“…ora io devo essere madre”.
Il fragore del mare copriva le parole.
“Occhei. Ne parliamo quando torno. Va bene amore?”
L’acqua le arrivava alle ginocchia.
“Io non resterò mai più sola”.
“COSA HAI DETTO?”
“Nessuno mi lascerà più sola”.
"Parla più forte. Non ti sent..."
Liliana attaccò. L’acqua la inghiottiva lentamente. Anche l’orlo del cappotto era ormai fradicio, e per quanto stesse in piedi sentiva il peso del mare aggrapparsi ai vestiti e tirarla giù. Si chiese se stesse piangendo. Aveva il viso bagnato, grondante. Avvertiva il freddo colpirla in faccia e lei non sapeva
Poi il cellulare suonò ancora.
“LILIANA! LILIANA! TI SENTO POCO. VA TUTTO BENE?”
Liliana vide l’onda spaccarsi sui massi.
“LILIANA!?”
Inghiottire i frangiflutti.
“LILIANA!?”
Vide l’onda correre verso di lei.
“LILIANA!?”
Indietreggiò.
Il mare la risucchiava dai piedi.
“LILIANA NON TI SENTO!”
Le gambe erano diventate pesanti.
“VA TUTTO BENE?”
Non riusciva a muoversi.
“LILIANA!?”
Spinse. Spinse. Spinse di più, con più forza. Tentò di correre. A fatica, in modo scomposto. Cercò di farlo verso la spiaggia mentre il fragore del mare la stordiva.
Sentì le gambe cedere per lo sforzo, la vertigine affondare nella sua goffa corsa per poi cadere sulla sabbia dove era asciutto. Cadde di faccia. Mangiando sabbia mentre il respiro era affannoso.
Sentì la voce di suo marito chiamarla dal telefono. Si girò sulla schiena e rispose.
“Dimmi”
“NON SI SENTE NIENTE! NIENTE. DOVE SEI, amore?”
Liliana vide i gabbiani alzarsi in volo, poi le macchine passare lungo la riviera.
“Sto tornando a casa”, rispose, “Ho freddo”.
“A chi lo dici”, disse suo marito, “Non vedo l’ora che quest’inverno passi”.
Liliana sentì che stava per piangere, “Pensi di finire tardi stasera?”
“Cerco di tornare il più presto possibile, va bene?”, disse suo marito.
Liliana attese un po’. Si mise a sedere e guardò le scarpe fradice e sporche di sabbia.
“Che cosa vuoi mangiare?”
“Fai tu. Lo sai che sei una cuoca sopraffina”
Prese un legnetto e disegnò un cerchio sulla sabbia, “Faccio i fagioli con lo strutto”.
“Si, buoni. Non vedo l’ora”.
Restò a sputare i granelli di sabbia mentre all'orizzonte sembrava fosse già notte. Disegnò dei raggi attorno al cerchio e andò via.

Una volta a casa Liliana si spogliò. Prese i vestiti e prima di ficcarli in lavatrice vi ci immerse la faccia. Saggiò il tessuto con la lingua, succhiò il salato.
Riassettò tutta la casa. Rifece il letto. Piegò i panni nell’armadio e nei cassetti. Spazzò e lavò in ogni stanza.
Si erano fatte le tre quando ebbe finito.

Ora, con le braccia strette, Liliana fissava il mare da dietro le finestre. La notte all'orizzonte era più vicina. Tra meno di un'ora avrebbe inghiottito quella casa sulla riviera.
Liliana avrebbe voluto non guardare il mare. Masticava se stesso. Ingoiava onde per sputarne altre più grandi.
Vide l’ultima onda inghiottire la spiaggia e raggiungere la strada. La vide tracimare oltre il muretto e lambire il marciapiede. Si vide bambina scappare dalle onde per poi rincorrerle mentre sua madre su una stuoia leggeva un libro e da lontano le sorrideva.
Poi chiuse gli occhi,abbassò le serrande e si mise a letto.
Erano le tre e cinque di pomeriggio di un 11 dicembre.
Quel pomeriggio Liliana sognò che il mare le entrava in casa, e lei, raccolta sul letto si stringeva a sua madre perché non voleva scendere. Restava a letto avvinghiata al suo piccolo bambino perché aveva paura di scendere e di bagnarsi i piedi in quel mare freddo e nero che inondava la stanza.

mercoledì 2 gennaio 2008

Due anni

Hai dormito un buon sonno. Lungo, rilassato, e, a pensarci, senza neanche troppi sogni.
Dalle persiane filtra la luce di un mattino soleggiato. I rumori in strada sono i rumori della città viva: l’incedere pesante dei tram, i motori delle macchine, il ronzio degli scooter, poche voci.
Senti il solaio scricchiolare e lo guardi come fai sempre, sempre con la paura che sia sul punto di venire giù sotto dei passi troppo pesanti. Ma sai che su quel tetto non c’è nessuno, dunque ti alzi dal letto e vai in bagno per defecare.
E’ il tuo primo giorno da disoccupato.
Appena un mese fa hai consegnato la lettera di dimissioni. ‘Lettera di dimissioni con preavviso’. Un modello anonimo scaricato dalla rete, pieno pieno di formule e parole desuete che hai lasciato com’erano.
Alla voce ‘Motivazioni’ hai scritto ‘Nessuna motivazione’. Certo, avresti potuto cancellare la riga visto che non avevi niente da dire, ma il poter informare la direzione di non aver nessun motivo per lasciare il lavoro ti era suonato come una misteriosa rivalsa.
La notte precedente alla stesura di quella lettera avevi bevuto come un pazzo. Lo sentivi che quella notte il tuo bere aveva un che di disperato, lo avevi sentito per tutta la serata. A partire dall’aperitivo consumato da solo, per continuare durante la cena con alcuni tuoi colleghi, fino al dopocena, in giro, come spesso facevi, per puttane fino a tardi.
Sulla strada di casa, in quella stessa notte, sei stato costretto a fermarti più di una volta. Non ricordi nemmeno quante. Eppure continuavi a vedere doppio, a guidare male, a vomitare. Una volta a casa sei crollato in un sonno profondo. Le due sveglie che suonavano e tu che neanche le sentivi. Ti sei svegliato all’improvviso e l’ansia ti divorava, perché era già tardi, troppo tardi, quando, quella stessa mattina, come molte altre, avresti dovuto iniziare a lavorare alle sei. Era una domenica, di un mese fa.

“Sono la signora Corbella”, la vicina di casa bussa alla porta e si presenta con due cornetti, “ho provato a bussare anche prima. Credevo non ci fosse nessuno, ma non avendola sentita uscire stamane ho pensato stesse poco bene… col freddo che fa l’influenza fa bisboccia.”
Prendi i cornetti e ringrazi. Ma lei non va via.
“Lo sa, continuo a sentire dei passi sul tetto. Ogni volta ho paura che il solaio stia per crollare.”
Dici alla vedova Corbella che anche tu hai la stessa impressione, e che ogni volta trasalisci per poi ascoltare il tetto assestarsi.
“Sono questi palazzi antichi. Scricchiolano come le ossa dei vecchi”, dice la vedova Corbella, “Vuole un caffè?”
Tu accetti nonostante sei ancora in pigiama.
Ricordi. Da quando ti sei trasferito in questo condominio hai sempre rifiutato gli inviti della vedova Corbella. Per lo più ci chiacchieri sul pianerottolo perché credi sia un luogo di nessuno, quindi adatto.
Però questa volta accetti. In fondo stai per partire, non devi lavorare. E ti sorprende questa sensazione di calore ora che scopri che la cucina della vedova è come l’hai sempre immaginata. No. Non chiederti il perché di questo senso di spossatezza, di questa improvvisa nostalgia. Forse perché tutto questo sembra appartenere ad un ricordo. Già, pensi, sembra il deja-vu di un nocciolo di esistenza.
Ti accomiati dalla vecchia signora dopo aver bevuto il caffè e aver pensato per tutto il tempo di non esserti fatto il bidè.
Rientri in casa, fai il letto, riassetti la stanza e la cucina, poi fai una doccia calda.

Sei arrivato al giro di boa, ti dici. Ti senti come uno di quei vecchi navigatori quando ancora si credeva che la terra fosse piatta, e dunque avesse una fine. Poi, come quel navigatore, decidi di metterti in mare per raggiungere l’estremo confine. Ma ignaro di aver circumnavigato il mondo e la vita, a poche miglia da casa, muori di stenti con tutta la ciurma, quando ancora non hai perso la speranza di vedere la fine, di poterla solcare fra le onde. A te che il mare ha sempre fatto schifo.
Sul letto pochi vestiti ripiegati. Un paio di pantaloni. Un paio di camicie. Due maglioni. Quattro mutande, calzini necessari, due asciugamani.
Ieri sera hai inviato a lei un sms, sei sveglia?.
Hai atteso un po’, poi, spento il cellulare, ti sei messo a letto.
Ora, dopo aver chiuso la piccola valigia, le invii un sms per informarla che tra un’ora partirai. Hai voglia di vedere come si sono sistemate nella nuova casa. Lei e la bimba. Certo, ora non sai nemmeno perché, ma hai voglia di incontrarle.
Tra quattro ore dovrei essere lì, le scrivi.
Sono passati due anni dall’ultima volta che le hai parlato, altrettanti da quando l’hai vista. Due anni come se per te non fossero mai esistite. Due anni in cui tu non sei mai esistito. Due anni da quella sera in cui lei te lo disse. Aveva paura, ricordi, tremava, eppure era così dolce. E tu, senza sapere perché, l’hai picchiata e sei andato via.
“Vai via, e non tornare mai più”, ti aveva gridato lei con la bocca spaccata, e tu ti guardavi le nocche sporche di sangue, “Sei un mostro. Vai via. Non tornare mai più”.
No. Non l’hai fatto. Non sei tornato mai più perché sei un mostro.
Il solaio scricchiola ancora. Lo fissi stringendoti nelle spalle. Prendi il bagaglio e vai via.
Uscendo, ti blocchi sulla porta. Apri il mobile delle scarpe che sta nell’ingresso e conti tredici paia. Un bel bottino, non credi.
Ed ora che viaggi, ora che l’auto scivola silenziosa sull’asfalto non sorprenderti se scoppi a piangere. Non chiederti perché, né tantomeno se ti succede per ben tre volte. Ora sei in macchina e viaggi da solo in autostrada.
Asciugati gli occhi uomo, porta questo nome con dignità, perché ti stanno lampeggiando e tra poco ti fermeranno. Certo, si, è una pattuglia della polizia che vorrà chiederti documenti e quant’altro. Dici che è strano. Dici che è strano che ti fermino in autostrada neanche fossimo su una highway americana. Eppure tremi. Hai paura. Mi chiedo soltanto di cosa tu abbia paura. Di quale porzione di te. Quella che immagini o quella che non ricordi? Ma ora rallenta ed accosta se non vuoi metterti nei guai. In fondo se tu non parli loro non sanno. I pensieri, ciò che conti di fare, è soltanto tuo e di nessun altro. Perché anche questo è un tuo segreto.
“Favorisca i documenti”.
Vedi, sembra fatta. Il poliziotto si è allontanato, farà il controllo di rito in centrale, e tu, che non hai niente da temere, ripartirai come se niente fosse successo. Lo so, che vuoi farci, dallo specchietto ne vedi sopraggiungere un altro. Avrà voglia di fare due chiacchiere per ammazzare il tempo. Eppure continua a sembrarti strano che ti abbiano fermato a questo modo, come se ti avessero letto dentro.
“Ha con sé droga? Armi?”
Rispondi. In fondo non c’è nessun problema. E’ tutto in regola. Se resti zitto a fissare il vuoto non fai che complicare tutto.
“Ha con sé droga? Armi?”, ti ha ripetuto il poliziotto. Lo senti? Lo vedi che si sta sporgendo nell’abitacolo?
Ecco bravo, apri il cruscotto e tira fuori la pistola. E’ quello che ti stanno chiedendo. E non c’è problema. Hai una pistola, è tua, ed hai anche un regolare porto d’armi. Che poi ti intimano di scendere dall’auto puntandoti contro la loro di pistola anche questo fa parte del lavoro.
Tra poco ti porteranno via. Stanno perquisendo l’auto in ogni angolo ed ora aprono la tua piccola valigia e la svuotano. E se ti chiedi il perché di tutto questo sospetto non fartene una malattia, in fondo viaggi con un’arma e per quanto siano mesi che tu nemmeno la tocchi ora l’hai portata con te. Ed un motivo c’è sempre per portarsi dietro un’arma.
“Per favore ci segua”
Lasci l’autostrada seguendo l'auto della polizia. Non ti hanno ridato né il porto d’armi né la pistola. Vogliono che li segua nella caserma di un paese vicino. Cosa ci sia che non va non so dirtelo. Dovresti essere tu a saperlo. E va bene: se dici che non c’è niente parcheggia l’auto davanti a questa costruzione rosa e non chiederti perché ti hanno portato in caserma.

Seduto ad una scrivania rispondi a diverse domande.
Il maresciallo sembra sorpreso dal fatto che porti una pistola con te. Tu gliel’hai spiegato che stai tornando a casa. Che stai tornando nella tua vecchia città. “E un bagaglio così piccolo?” ti chiede. E’ solo per un po’ di tempo, tu rispondi. Pochi giorni. Un paio.
“Il poligono di tiro…?”, ripete il maresciallo.
Si, il poligono di tiro. Menti. Perché il poligono di tiro ti rilassa. Quelle luci al neon, le pareti grigie e spoglie, gli spari che sembrano arrivare da lontano con le cuffie di protezione sulle orecchie. Menti. Come se in quelle cuffie si nascondessero chilometri di distanza. Gli occhiali puliti che la realtà sembra più chiara. Premere il grilletto ad intervalli brevi e regolari come bracciate incessanti in una piscina azzurra.
Questo però non lo dici. Questa poesia che ti inventi fai bene a non dirla.
Il sole di un piccolo paese sugli Appennini inonda la stanza e sa d’inverno.
“Negli ultimi due anni lei non risulta iscritto a nessun poligono di tiro”, continua il maresciallo.
Certo, hai avuto poco tempo e modo di dedicarti allo sport da quando ti sei trasferito.
“Come mai si è trasferito in un’altra città?”, lui ti chiede.
Tu rispondi che è per lavoro.
“Nient’altro?”
No. Soltanto per lavoro.
E menti ancora. Perché sai che i pensieri sono soltanto tuoi e di nessun altro.
Senti i tasti del computer battere e le domande del maresciallo incalzare per arrivare non capisci dove. Ma ti vedo calmo. Calmo come non ti ho mai visto.
Ed ora hai voglia di fumarti una sigaretta che chiedi. Te la danno, ed in fondo fanno soltanto il loro lavoro. Tutto ciò che va fatto, come tu hai sempre sostenuto.
Ti accomodi fuori per fumare, dicono di non allontanarti. Un poliziotto ti accompagna e comincia a chiacchierare con un collega dall’altra parte della guardiola.
Tu li guardi. Pensi a qualcosa che nessuno può sapere. Poi getti la sigaretta e ritorni nella stanza. Un'altra ventina di minuti di domande. E vedi, ti restituiscono i documenti.
Ma la pistola ed il porto d’armi no. Li trattengono per ulteriori controlli.

Cosa c’è ora che sei rientrato nell’auto. Non pensare e non farti domande. Sistema il libretto nel cruscotto, ripiega i vestiti nella piccola valigia, metti la chiave nel quadro, e parti. Lei e la bimba ti stanno aspettando. Magari dovresti informarle del tuo ritardo, ma che importa. Sul display c’è l’avviso di una chiamata senza risposta. E’ lei.
Poi visualizzi un messaggio: Ti stiamo aspettando.
Non c’è altro da fare. Per quanto gli eventi abbiano subito piccole variazioni devi fare ciò che stai facendo: allacciati la cintura di sicurezza, ruota la chiave e dai gas. Ma pensi alla pistola. Pensi a lei e alla bambina.
Prendi il cellulare. Leggi ancora il messaggio. Lo spegni del tutto.
Ti passi una mano sulla fronte. Slacci la cintura. Esci dall’auto.
Attraversi la strada tranquilla ed entri in un bar. Ti siedi ad un tavolo ed ordini un caffè. Te lo porta il ragazzo che sta dietro al bancone. Avrà trentaquattro anni.
Ti direi di non fermarti ora. Non adesso. Ma tu ti guardi intorno mentre la tv dà uno di quei programmi della mattina in cui sono invitate piccole persone: giardinieri, cuochi, impiegati, operai, casalinghe, a parlare di non sai nemmeno tu cosa. Non l’hai mai saputo.
Due tavoli più in là ci sono due signore anziane con delle buste della spesa. Al bancone un vecchio ed una signora che bevono qualcosa e chiacchierano.
Al tavolo di fianco al tuo, una bambina scarabocchia su dei fogli sciolti.
Ordini un altro caffè ed intanto guardi fuori dai vetri il piccolo giardinetto con una vecchia altalena e quella giostra rotonda con tanti sedili da spingere. Senti ancora quel senso di spossatezza. Quel grumo di esistenza che non sai da dove arrivi.
I due poliziotti escono dalla caserma. Li vedi salire in macchina e ripartire con la sirena accesa.
La sigla del telegiornale riempie l’aria del bar. Il ragazzo porta il caffè e ti accorgi che la bambina ti sta tirando per un braccio.
“Ti piace? Questa è una balena”, ti chiede.
Guardi quegli scarabocchi blu e fai cenno di si con la testa.
“E questo ti piace? Questa è la mia mano”.
Annuisci ancora.
“Questo è Bebè, il nostro cane”, e ne caccia fuori un altro, “Tu sai disegnare?”
Dici di no alla bambina che avrà quattro anni.
Allora la bambina si mette in piedi di fianco a te, si poggia sul tuo tavolo ed inizia un nuovo disegno.
Ti giri a seguire la tv. Un nome ti ha rapito. Il telegiornale parla della città che hai lasciato da un paio d’ore e di un palazzo il cui il tetto ha ceduto. Le immagini che scorrono mostrano vigili del fuoco aggirarsi tra le macerie di un ultimo piano.
Si cercano due corpi, dice il giornalista. Di un uomo sulla quarantina e di un’anziana vedova. Ti sembra di riconoscere casa tua. Di vedere le tue scarpe spaiate confuse tra i detriti. Il senso di una vita buttata al vento.
La bambina ti strattona ancora costringendoti a guardare un nuovo disegno.
Tu fai cenno di non capire, e la bambina stupita dice: “Questa è nonna!”
Finisci di bere il caffè e ti alzi per andare via. La bambina ti offre i disegni che ha fatto e tu li prendi, ma in cambio vuole che tu la spinga sull’altalena.
“Però mi spingi un po’ sull’altalena”.
Guardi verso il ragazzo che credi sia il padre. Lui annuisce con la testa.
Senti una piccola mano che tira la tua. La bambina si avvia fuori e vuole che tu la segua, poi monta sul piccolo sedile. L’altro resta vuoto, lo guardi e hai l'impressione che se ne stia in silenzio. Tu le appoggi le mani dietro la schiena, ristai un poco mentre le guardi i capelli ricci e neri. Il piccolo collo. Poi inizi a spingerla con delicatezza.
Ti senti perso. Scapperai ancora.
E la bambina ti chiede se anche tu hai una figlia.
“E le vuoi bene?”
“Non lo so”
“E quanti anni ha?”
Due anni, rispondi.
Poi la bambina ti dice di spingerla più in alto.