giovedì 13 dicembre 2007

Il tinello


Il camino bruciava lentamente e faceva fumo. Maria uscendo dalla cucina strinse gli occhi e andò ad aprire il balcone nel tinello. L’aria fredda entrò in una folata e le colpì le gambe mentre la cappa che si era creata scivolò fuori. Sporse la testa e sbarrò gli occhi all’aria dell’inverno. Li tenne così fin quando non li sentì freschi.
Stava preparando il pranzo. Il ragù cuoceva da due ore buone. E gìà dalla mattina quando si era alzata sul presto aveva messo il coniglio a macerare nel latte. Era un pranzo speciale quello perché era il compleanno di Raffaele. Sarebbe uscito da scuola all’una e un quarto e da lì a mezz’ora sarebbe tornato a casa.
Antonio, il maggiore, era di là che dormiva ancora. La sera prima aveva fatto tardi. Maria si era svegliata sentendolo rientrare. Aveva sentito la sua voce dalla strada. Stava urlando con qualcuno. Poi aveva sentito una portiera sbattere ed un’auto partire. Non sapeva di preciso che ora fosse ma sapeva che era notte fonda.
Mise un altro ciocco nel camino, ravvivò il fuoco e ritornò ai fornelli.
Girò il sugo. Annusò la cottura, poi infornò il coniglio adagiato su un letto di patate. Quindi ritornò nel tinello e accese il televisore per vedere che ora fosse.
Quaranta minuti ed il coniglio sarebbe stato in tavola.

Antonio restò a letto per un po’. Una volta sveglio si rigirò tra le coperte cercando di ricordare la sera precedente. Poi si alzò e andò in bagno a lavarsi la faccia ed i denti. Aveva la bocca impastata ed un brutto sapore.

“Auguri di nuovo”, disse Cinzia a Raffaele, “Ci vediamo stasera a casa tua”.
“A stasera”, disse Salvatore, “porto il vino di mio padre. Ma poi tuo fratello ci accompagna?”, aggiunse.
Raffaele annuì, buttò la sigaretta appena prima che le porte dell’autobus si chiudessero e li salutò.

La sigla del telegiornale informò Maria che era l’una e mezza. Dette un’altra girata al sugo e mise l’acqua sul fuoco.
L’olio nella teglia, con il coniglio e le patate, iniziava a sfrigolare. Controllò la temperatura del forno e si spostò nel tinello.
C’era di nuovo fumo così si chiese se non avesse fatto una sciocchezza ad accendere il camino dopo tutto quel tempo. Ma era festa e l’inverno freddo. Aprì di nuovo il balcone, vide che il cielo andava schiarendosi e la neve sciogliendosi, e questo le parve un buon segno.
Prese altri due pezzi di legno.

L’acqua della doccia scrosciava ed Antonio si godeva il tepore. Sentiva la morsa alla testa allentare la presa. Era contento che fosse sabato ed era contento di non lavorare. Quella settimana era stata dura. Aveva fatto vedere più di trenta tra case ed appartamenti, che poi avessero concluso soltanto per quattro importava poco.
Sarà stata l’età, o la laurea, ma col capo avevano concordato un dignitoso fisso mensile, delle provvigioni non gli interessava.
Aprì uno dei bagnoschiuma della madre e nel sentirne l’aroma si inebriò. Passò in rassegna tutti e sette i flaconi, lesse le fragranze sulle etichette e sorrise.
Scelse quello con su scritto “Fiori di loto e latte di acacia”.

“Raffaele! Raffaele!”
Raffaele stava chiacchierando con un suo amico vicino alla cabina del conducente quando si sentì chiamare dal fondo dell’autobus. Si voltò cercando di capire chi lo chiamasse, ma a quell’ora la linea era affollatissima e scorgere un volto preciso era impossibile.
Fece finta di niente e riprese a chiacchierare.
Lo chiamarono ancora. “Raffaele! Raffaele!”
Conosceva quella voce ma non riusciva a capire chi fosse.
Poi l’amico gli indicò qualcuno sul fondo dell’autobus e lui vide una ragazza agitare la mano.

Quando Antonio entrò in cucina trovò sua madre seduta davanti al televisore. Stava piangendo. E lo faceva in silenzio.
“Che c’è mà?”, le chiese.
Sua madre guardava lo schermo e si asciugava il viso con l’orlo del grembiule.
Vide che dal telegiornale arrivavano le immagini di un funerale.
“Mà, che c’è? Perché piangi?”
Sua madre non rispose.
Antonio andò in cucina per prendere un bicchiere d’acqua poi rientrò nel tinello.
Maria si asciugò gli occhi e disse:” E’ morto un soldato italiano”.
Antonio alzò il volume e si sedette dall’altra parte del tavolo.
Il telegiornale mandava le immagini del rimpatrio della salma. L’atterraggio dell’aereo nella notte, il saluto dei soldati sull’attenti.
“Gli hanno sparato mentre era sull’elicottero”, disse Antonio mentre si strofinava la testa con l’asciugamani, “L’ho letto l’altro ieri sul giornale”.
“Povero figlio”, disse sua madre, “Povero figlio”.
La bara era avvolta nel tricolore e, ora, stava ai piedi di un grande altare.
“Guarda quanta gente”, continuò,” quelli devono essere i genitori… Che pena ”.
Antonio ficcò il naso nell’accappatoio e respirò profondamente.
“Vedi… quella ragazza che piange è la moglie”, poi Maria si asciugò gli occhi e si alzò, “Povero figlio”, disse, e andò in cucina a girare il sugo.

“Che ci fai qua?” chiese Raffaele sorpreso nel riconoscere Antonella, “Non stavi a Torino?”
“Sono tornata”, rispose Antonella divertita.
“Ma dai! Quindi stai qua?!” le chiese mentre si aggiustava lo zaino sulla spalla.
“Per poco, credo. Siamo scesi io, mamma e papà… c’è mia nonna che non sta bene”, disse Antonella, “E’ mezz’ora che ti chiamo!”, aggiunse allegra.
Raffaele le sorrise, “Sentivo una voce conosciuta ma…”, guardando le persone che affollavano l’autobus.
“Ti sei già dimenticata di me”, disse Antonella divertita mentre gli toccava un braccio.
Raffaele si ritrasse poi rise: “Che grande… E quanto tempo resti?”
“Non lo so. Dipende dai miei…”, Antonella alzò gli occhi, si grattò il mento, “…o forse da mia nonna”.
“E come và a Torino? Racconta!”.
L’autobus si fermò alla stazione. Scese molta gente. Raffaele e Antonella si precipitarono su due seggiolini e si sedettero vicini. Poi le porte si chiusero e l’autobus ripartì.

Quando Maria ritornò nel tinello Antonio aveva cambiato canale.
“Perché hai cambiato? Rimetti il telegiornale”, disse Maria addolorata, “Voglio vedere”.
“Vedere cosa?”, disse suo figlio mentre cambiava i canali.
“I funerali di quel ragazzo”.
Antonio rimise il telegiornale.
Era una chiesa grande. Tra le panche della prima fila, insieme ai familiari, c’erano grosse cariche politiche. Anche il presidente della Repubblica con sua moglie. La voce del giornalista commentava le immagini lasciando uscire brevi passi recitati dal vescovo.
Antonio si guardò attorno, “Perché hai acceso il camino?”, disse annoiato.
Si alzò e si diresse verso il balcone.
Maria non rispose.
“Guarda che fumo. Non si respira”.
Aprì, lasciò uscire un po’ di fumo, ma richiuse subito dopo. L’aria era fredda e la neve fuori la rendeva fredda anche agli occhi.
Scivolò lungo la parete, “Mà, Guarda che sono accesi i riscaldamenti” mentre appoggiava la mano sul termosifone.
Maria non rispose. Continuava a seguire il telegiornale e a controllare l’ora.
Squillò il telefono, e Antonio, vedendo che sua madre non si muoveva, andò a rispondere.
Poco dopo rientrò nel tinello e informò sua madre che Raffaele stava arrivando e con lui c’era anche una certa Antonella.
“Uh, Antonella”, disse sua madre sorpresa.
Antonio si strinse la cinta dell’accappatoio e chiese: “Chi è Antonella, mà?”
“ Antonella ”.
“Ho capito. Ma chi è?”
“ Antonella… abitava qui all’angolo”.
“La conosco?”
“Certo che la conosci… Antonella ”, ripeté la madre.
Antonio fissò la madre che non distoglieva gli occhi dal televisore.
Ogni tanto si portava l’orlo del grembiule agli occhi e si asciugava una lacrima invisibile. Antonio attese.
“Lei e tuo fratello erano fidanzati”
“ Antonella …”, ripetè Antonio a bassa voce.
“Per più di un anno…”, continuò sua madre. “Che pena mi fanno quei ragazzi”, disse quando il telegiornale mostrò una pattuglia di commilitoni in collegamento con i funerali in Italia, “Che pena”.
“Non me la ricordo”, disse Antonio.
“E’ stata la prima fidanzata di tuo fratello… Antonella ”.
Antonio andò in cucina. Staccò un pezzo di pane e assaggiò il sugo.
Pensò ai bagnoschiuma della madre e sorrise.

“Da quant’è che non ci vediamo?”, chiese Raffaele.
“Da quando sono partita per Torino”, rispose Antonella.
“E cioè?”.
Antonella si strinse nella sciarpa quando l’autobus aprì le porte, lo guardò: “Quattro anni fa”.
“Cavolo…”, disse Raffaele, “E a che scuola sei andata?”
“Guarda che ci scrivevamo. Ci siamo scritti per un po’”, disse Antonella.
“Scusa”, le fece Raffaele, “Ma dopo un compito di matematica ho la testa che mi frigge”.
Restarono in silenzio. Raffaele guardò fuori dal finestrino. Aveva nevicato tutta la mattinata. Vedeva i fiocchi cadere grossi oltre i vetri della classe. Avrebbe preferito contarli uno ad uno piuttosto che perdersi in equazioni e derivati. Ora stava uscendo il sole, il cielo si rischiarava, e tutto era bianco.
Intanto Antonella gli guardava le scarpe da ginnastica. Erano fradice.
“Non hai freddo ai piedi?”, gli chiese.
“Un po’”, disse Raffaele mentre continuava a guardare fuori.
L’autobus fece una brusca frenata. Un borbottio diffuso riempì l’abitacolo.
“Veramente non ti ricordi che scuola faccio?”
“No. Ora no.”

Quando Antonio rientrò nel tinello il viso di sua madre era una maschera di tristezza..
Sullo schermo stavano sfilando foto del soldato morto. Lui da bambino. Lui da grande. Lui che si sposa. Lui in divisa.
“Povero figlio”, ripeteva sua madre, “Povero figlio. Guarda quanta gente fuori dalla chiesa…”
Antonio vide una cronista all’entrata della chiesa intervistare una donna sepolta nella sciarpa e nel cappotto. La donna con la voce spezzata diceva che lo conosceva, che era del suo stesso quartiere. Lui e suo figlio avevano fatto il militare assieme.
A questa seguirono altre tre interviste. Tra queste un ragazzo aveva detto che il militare morto era un eroe.
Antonio prese il caffè che stava sul tavolo e si versò una tazzina. Il caffè era freddo. Poi disse: “E’ il ventesimo che muore”
Maria alzò gli occhi verso di lui, “Poveri figli, poveri figli… che pena”.
Antonio bevve il caffè d’un fiato.
“Mamma, è il loro lavoro. Nessuno li ha costretti”.
Poi parlò il presidente della repubblica. E Maria, come se non avesse sentito, prese il telecomando e alzò il volume.
Antonio uscì dalla cucina. Si tirò la porta dietro. Si strinse nell’accappatoio e si avviò verso la sua stanza.

“Lo sai, un po’ mi vergogno”, disse Antonella sotto il portone di casa.
“E perché?”, le chiese Raffaele divertito, mentre girava la chiave nella toppa.
Antonella lo strattonò, “No. Aspetta, dai”.
“Mia madre sarà contentissima di vederti”, e spinse il portone con un braccio per cederle il passo.
“E’ tanto che non vedo i tuoi genitori e tuo fratello”.
“Me lo fai come regalo. Che poi magari stasera non riesci a venire”
“Non lo so”, disse Antonella arricciando il muso.
Raffaele la tirò per una mano e chiuse il portone.

Antonio stava leggendo il giornale vicino al camino. Di tanto in tanto spaccava la brace e sistemava i pezzi di legna ancora non bruciati. Poi tornava a leggere.
La tavola era apparecchiata per quattro. C’era una bottiglia d’acqua, una di aranciata, una di vino.
Al centro, un tagliere con del salame da affettare.
Sua madre era tornata in cucina per buttare la pasta.
“Hai fatto tardi stanotte”, disse dalla cucina.
Antonio non rispose. Voltò pagina.
“Con chi stavi urlando?”
“Che hai detto, mà?”
“Ti ho sentito gridare. Stavi parlando con qualcuno in strada”.
Antonio non rispose. Cercò di ricordare ma non ci riuscì.
Maria entrò nel tinello asciugandosi le mani sul grembiule. Guardò l’ora alla televisione e tagliò una fetta di salame.
“Hai bevuto ieri?”
“No, mà. Ho bevuto poco”.
“E’ per via del lavoro che strillavi?”
Antonio chiuse il giornale, lo accartocciò, e lo lanciò nel camino.
Bruciò in una grande fiammata. Antonio vide sua madre fissare il fuoco e per un attimo smarrirsi in quelle fiamme. Si allungò sul tavolo e si versò del vino.
“Aspetta tuo fratello”, gli disse sua madre.
“Dai, mà… Faccio un sorso”.

Quando Raffaele aprì la porta del tinello strinse gli occhi e li guardò. Tossì. Si precipitò verso il balcone e con voce soffocata disse: “Ma che è questo fumo?! Voi qua ci restate secchi!”. Aprì e tirò un respiro di sollievo.
Lasciò entrare l’aria. Fin quando non sentì la cappa di fumo diradarsi.
Intanto Antonella, sulla porta, con gli occhi stretti e la sciarpa sulla bocca, salutava con la mano.
Maria la strinse e la baciò.
“Quanto sei cresciuta figlia mia”, mentre la guardava da capo a piedi, “Come ti sei fatta bella”.
Antonio poggiò il bicchiere, le strinse la mano e la salutò per nome. Poi strinse la mano del fratello e gli dette gli auguri. Si girò verso Antonella: “Oggi mio fratello diventa uomo. E’ pronto per fare la guerra”, e scattò sull’attenti nel saluto militare.
“Coglione”, disse Raffaele.
Antonella rise con loro ma non disse niente. Notò solo che al tavolo mancavano una sedia ed un piatto.

I ragazzi si accomodarono e Maria portò in tavola le pappardelle al ragù.
Antonio aveva riempito i quattro bicchieri di vino e propose un brindisi, “A Raffaele che ora è maggiorenne e potrà prendersi la patente e non rompermi più con le sue feste ed i suoi amici”.
“Infatti”, ribadì Raffaele, “Ora la macchina la posso fregare senza paura di essere scoperto”.
“Braaavo”, disse sua madre, brindando con lui mentre lo guardava negli occhi.
Antonella alzò il bicchiere, fece un piccolo sorso poi con timidezza allungò il vino con l’aranciata.
“Vedo che ti piacciono i cocktail”, disse ridendo Antonio rivolto a lei.
Antonella arrossì, mentre Raffaele la guardava e le sorrideva.
Iniziarono a mangiare in silenzio. Lo scoppiettio del camino si intrecciava ai suoni della televisione accesa che nessuno guardava.
Maria guardava i suoi due figli e Antonella. Sperava che qualcuno dicesse qualcosa ma nessuno commentò la pasta con il ragù. Quindi chiese a Raffaele come fosse andato il compito di matematica.
“Mamma, dai… è il mio compleanno”.
Maria fece un boccone e scomparì in cucina.
Ritornò col coniglio e le patate quando tutti avevano finito il primo. Solo il suo piatto era ancora pieno.
Poggiò il coniglio al centro del tavolo, raccolse i piatti sporchi e ritornò a sedersi.
“E come ti trovi a Torino?”, Maria chiese ad Antonella.
Antonella raccontò della scuola che faceva, degli amici che si era fatta, di come la gente fosse diversa. Diceva che stava bene. L’anno prossimo si sarebbe diplomata e aveva intenzione di iscriversi all’Università
Raffaele disse che voleva fare l’architetto anche se odiava la matematica.
Poi Antonella chiese dove fosse suo padre.
Raffaele continuò a dire che voleva andare a studiare fuori, si sarebbe trovato un lavoretto così da non chiedere soldi.
Antonella lo guardava soprappensiero.
“Magari vengo a Torino?”, le chiese.
Antonella non lo ascoltava. Sentì la mano di Maria accarezzare la sua, “Ci ha lasciati”.
“Mi dispiace”, disse Antonella fissando il coniglio che aveva nel piatto.
“Se n’è andato circa un anno fa”, disse Raffaele. “Capita”, aggiunse girandosi verso il televisore.
Restarono tutti e quattro per un attimo in silenzio.
Poi Antonella, mordicchiandosi una guancia, chiese cosa fosse successo.
“Un incidente”, rispose Raffaele che intanto le versava dell’aranciata.
“Un incidente sul lavoro”, ripeté Maria con dolcezza.
“Mi dispiace. Non lo sapevo”.
“Infatti. Come potevi…”, disse Antonio, “ La televisione non lo ha detto ”, chinò la testa e fece un boccone.
“A questo mondo ci sono lavori e lavori”, continuò Antonio con la bocca piena, “…e gli eroi non te li scegli”.
Antonella guardò Raffaele che fece spallucce.
Restarono in silenzio. Ripresero a mangiare il coniglio. Antonella vedeva le loro teste chine sui piatti mentre Antonio distrattamente lanciava occhiate al camino. Avrebbe voluto sapere di più ma non chiese niente.
Ad un tratto Raffaele scattò in piedi, “’Sto cazzo di camino!”, sbraitò, e andò ad aprire il balcone, “Tu guarda che fumo! Perché cazzo l’avete acceso?! E’ una vita che non lo accendiamo!”, disse stizzito.
“Perché è festa, coglione”, rispose Antonio guardando altrove.
Raffaele vide Antonella abbassare gli occhi e nascondersi.
“Ah… per me…!”, continuò scimmiottando le parole, “Come farei senza di voi…”, e strizzò l’occhio ad Antonella.
Poi si voltò e guardò fuori dal balcone aperto. La neve si stava sciogliendo e lui non sapeva se questa cosa gli piaceva o gli dispiaceva.
“Chiudi Raffaele, sennò se ne va tutto il calore”, gli disse sua madre.
“Mà, ci sono i termosifoni”, le rispose annoiato.
“Non è la stessa cosa”, disse sua madre a bassa voce, “Oggi è festa”.

Finito il pranzo, Maria andò in cucina a preparare il caffè. Sentiva i ragazzi chiacchierare allegramente. Rimase così ad ascoltare, mentre il caffè usciva, le loro voci arrivare dal tinello. Vide le stoviglie sporche nel lavandino, poi pensò che doveva preparare un dolce. Quella sera sarebbero arrivati gli amici di Raffaele. Ognuno avrebbe portato qualcosa, e lei voleva preparare un dolce buono, che piacesse a tutti. Poi il caffè uscì e lei lo portò in tavola.
Raffaele, finito di berlo, si accese una sigaretta facendo capire alla madre che non si sarebbe più nascosto visto che era maggiorenne e che tutti lo sapevano. E anche Antonella, divertita, se ne accese una.
Poi Antonella si alzò. Ringraziò Maria che la baciò e le disse di andarla a trovare.
Ed anche Raffaele, prendendo il piumino, informò che usciva e che accompagnava Antonella a casa. Poi guardò suo fratello e gli strizzò l’occhio.
“Chi verrà stasera?”, chiese Antonio che aveva ripreso ad armeggiare con il camino.
“Saremo in cinque”.
“Chi?”
“Che te ne frega”.
“In macchina non ci entrate tutti”, disse Antonio con sufficienza.
“Ci stringiamo. Tanto manco mi hai fatto il regalo”. Raffaele si girò verso Antonella che, intanto, si era chiusa nel piumino e nella sciarpa. “Ti rendi conto: un fratello maggiore che non fa il regalo al fratello maggiorenne…!”, aggiunse.
Antonio guardò Antonella, “Diciamo che stasera gli faccio da autista, perché il giovane vuole andare a ballare… e questa volta sarà l’ultima”, disse con solennità.

Quando la porta del tinello si chiuse restò soltanto lo sfrigolare della legna.
Dalla cucina arrivava il rumore dei piatti che Maria stava lavando.
L’aria si era fatta di nuovo pesante. Seccava gli occhi e la gola.
Antonio guardò il fumo uscire dalla bocca del camino. Formava un’onda sotto al bordo superiore per rotolare verso l’alto. Aprì il balcone, ma subito dopo lo richiuse.
“Mà, esco un attimo”, disse alla madre che non lo sentì.
Si tirò dietro la porta del tinello. Si allacciò gli scarponcini. Indossò il giaccone. Si infilò il cappello, prese lo zaino grande, e scese in garage.
Gli scaffali erano pieni di roba ed attrezzi di ogni tipo. Cose di suo padre che ormai nessuno più usava. Nemmeno l’auto ci parcheggiavano visto che non c’era più spazio. Si disse che prima o poi avrebbe dovuto mettere ordine, buttare tutto di nascosto dalla madre. Di fronte al fatto compiuto la madre avrebbe potuto fare poco se non disperarsi per un paio d’ore dopodiché tutto sarebbe passato. Così iniziò a tirare fuori, a spostare, a scavare fra tutta quella roba fin quando non lo trovò.
Era avvolto in una di quelle grandi buste per la spazzatura, con l’asta divisa in quattro parti. Slacciò lo spago che l’avvolgeva, tirò via la busta e mise lo spazzolone per il comignolo dentro allo zaino. Staccò la grande scala messa di traverso alla parete ed uscì.
Passato sul terrapieno a ridosso della casa, poggiò la scala al tetto ed iniziò a salire lentamente.
Salendo si fermò al primo piano, e, dalla scala, vide la stanza di sua madre.
Oltre le tende ricamate si intravedeva una parte dei mobili. I due comò con le lampade spente, la cassettiera con lo specchio, ed il letto matrimoniale. Il letto era disfatto soltanto per metà. L’altra metà era perfettamente in ordine. Le lenzuola e le coperte tirate. Il copriletto che avvolgeva il cuscino e cadeva dritto su un lato sfiorando appena il pavimento.
Restò fermo a guardare quel letto spaccato.
Sentì il cuore salirgli in gola. Si chiese come sua madre riuscisse a restare nella sua metà. Come sua madre riuscisse a non violare col sonno il letto intero.
Se la immaginò mentre dormiva raccolta su un fianco, immobile, attenta a non valicare un confine immaginario.
Alzò la testa e continuò a salire.
Una volta sul tetto, iniziò a scansare la neve aiutandosi con lo spazzolone. Si muoveva lentamente per paura di cadere.
Ci mise un po’. Poi stanco arrivò al comignolo.
A vederlo così sembrava non avesse niente. Né lui sapeva bene cosa aspettarsi. Lo scrutò girandogli attorno, poi si disse che sicuramente il problema era nella canna fumaria. Si disse che se avessero voluto riaccenderlo avrebbero dovuto chiamare uno spazzacamino. Ma Antonio non se ne era mai occupato. Non era lui che se ne occupava. Era suo padre. A lui del camino non gli era mai interessato granché.
Lo guardò ancora. Vedeva il fumo uscire a fatica. Poi, aggiustandosi lo zaino sulle spalle, si avvicinò e si sporse nella canna.
C’era qualcosa dentro. Qualcosa di nero che la ostruiva.
Si tolse lo zaino, lo poggiò ai suoi piedi e si sporse ancora.
Dentro al comignolo c’era un nido. Era fitto di ramoscelli ed annerito dalla fuliggine. Il fumo vi filtrava appena. Saliva verso l’alto come sottili fontanelle.
Si spostò su un lato per lasciar passare la luce e vide che dentro al nido c’erano due uova ed un uccello morto.
L’uccello aveva pezzi di guscio appiccicati al corpo.
Guardò ancora, poi si soffiò tra le mani, le strofinò, e le ficcò nella bocca del comignolo ma subito le ritrasse.
Alzò la testa e si guardò intorno. Tutti i tetti erano imbiancati. Si strinse nelle spalle e aspettò, poi soffiò ancora tra le mani e riprovò.
Le ritrasse ancora. Sentì un formicolio che dalle dita gli arrivò alla pancia.
Non ci riusciva e non sapeva perché. Non riusciva a toccare quel nido.
Così fece un grosso respiro. Trattenne il fiato e ficcò di nuovo le mani nel comignolo.
Sentì qualcosa muoversi sotto le dita. Tirò via le mani e guardò verso l’alto con le guance gonfie ed il fiato in gola. Lo sputò fuori. Respirò ancora, poi si affacciò trattenendo l’aria.
L’uccello era ancora vivo. Vide la piccola testa muoversi ed il becco aprirsi. L’uccello emise un suono.
Si spinse via dal comignolo, sputò fuori l’aria e ficcò le mani in tasca.
Restò per un po’ a guardare i rivoli di fumo salire verso l’alto.
Il sole era tramontato ed il cielo era terso e freddo. Poi spinse lo sguardo più in là e vide il mare. Era calmo e la spiaggia imbiancata. Si chiese quando fosse stata l’ultima volta che aveva visto la spiaggia così.

Rientrato in casa Antonio respirò con fatica, tossì, sentì gli occhi bruciare.
Aperta la porta del tinello vide che il fumo era entrato anche in cucina. E sua madre senza accorgersene ancora si affaccendava a pulire i fornelli. La sentì chiedere, “Dove sei stato?”
Antonio non rispose.
Andò verso il camino, si piegò, e, tenendo gli occhi stretti ed una mano sulla bocca, tolse l’ultimo ceppo che bruciava, sparpagliò la brace, prese la bottiglia d’acqua che stava sul tavolo e la versò.
Fu come uno strillo soffocato. Un rantolo. Poi dal camino si alzò una grande fumata che affogò il tinello.
“Giovanni, sei tu?”, disse sua madre dalla cucina.
Antonio non rispose. Si alzò e spalancò il balcone.
“Giovanni lo sai che quel camino fa fumo. Dobbiamo chiamare qualcuno”
Suo figlio Antonio non disse niente. Tenne il balcone aperto fin quando tutto quel fumo non uscì fuori nell’inverno freddo.

20 commenti:

Anonimo ha detto...

L'ho letto d'un fiato. Riesci ad esaltare sensazioni e momenti della vita quotidiana senza votarti incondizionatamente alla volontà di stupire. E' difficile trovare in giro scritti del genere. Oggi va molto la letteratura urlata o quella con plot cervellotici. Nel tuo stile, invece, riconosco una rara capacità di stupire con la pacatezza e gli ingredienti di una giornata qualunque.
Mi piace.

Anonimo ha detto...

Non ho letto nulla. Credi che sia il web e, nella fattispecie, un blog il luogo ideale per leggere un racconto? io non credo. Meglio un pdf, almeno lo stampi e...

Unknown ha detto...

i pomeriggi assolati d'inverno, la solitudine della cucina, quando le voci si attutiscono dopo pranzo, il ragu', la morte, il caffe' alla fine e il ricordo. E' la vita, qualcosa che pensiamo non valga la pena di raccontare, ma ci fa venire i brividi addosso e come un vestito, la indossiamo nel modo piu' naturale possibile.
Frank e' sempre come dago red.

Antilope ha detto...

Per Sik: grazie Sik, spero che si colga quello che tu osservi, perchè questo è l'obiettivo, la ricerca: mettere insieme elementi minimi, dimessi, quotidiani, cercare il giusto equilibrio affinchè essi possano dire qualcosa di più vasto, addirittura lasciare scorgere una vita intera.

Per anonimo: non so quale sia il luogo ideale per leggere un racconto, forse il bagno, se poi ti riferisci al libro ti faccio un applauso. So solo che chi vuole (e mi riferisco soprattutto alle persone che conosco) può farlo. Per un pdf dovrei avere un sito mio, pagato, e poi se vuoi stamparlo basta che selezioni il testo, lo copi su un documento word e te lo stampi. Tra l'altro, una volta aperto il blog, puoi disconnetterti e leggerlo senza pagare nemmeno il tempo di connessione. Ma magari mi stai sfottendo. Mi scappa la cacca, porto un racconto con me.

Antilope ha detto...

Per Simona: ora inizio a capire perchè ne è valsa la pena aprire questo blog: i brividi me li regalano le tue parole più che le mie.

Anonimo ha detto...

MA CHI SEI? scrittore maggico! mi cresce una sensazione, sempre più grande...giù giù la patta si fa diga.
:-)
ciao bello....scherzo, lo leggo dopo! bye.

Lallo.

disciassetteelectrictattooing ha detto...

...un tempo lento e dilatato... un andamento troppo spesso smarrito da chi dedica la sua attenzione solo alle cose veloci...
mi ha tolto metà della stanchezza di questa giornata...
...quasi come uscire fuori da un'apnea interminabile...
spero di rivederti presto fra...

Anonimo ha detto...

Un bellissimo racconto fatto di semplicità, di tutte quelle piccole cose che riempiono le nostre giornate. SOno queste le cose di cui amiamo ricordarci quando siamo lontani. Semplicemente la nostra vita. Bellissimo!!!
Grazie per avermi fatto conoscere questo blog. lo metto tra i preferiti!

Carla

Anonimo ha detto...

Mentre leggevo, vedevo contemporaneamente,sentivo l'odore, assoporavo il gusto,avvertivo le emozioni.Potrei dire di conoscerli,di aver pranzato con loro,di condividere ricordi,di aver vissuto in quella casa,in quella strada.
Non una semplice lettura,ma qualcosa di più.
Grazie
Simona T.

Antilope ha detto...

Per Francesco, Carla, SimonaT: eh, eh, che bello. Sono contento che gradiate. I vostri commenti sono preziosi per la forza che danno e per l'entusiasmo che alimentano, il mio entusiasmo.
Dunque a breve ne pubblico un altro. Vorrei metterne su uno ogni dieci giorni. Che dite, è un buon lasso? Posso informarvi della cosa come fosse un'edizione straordinaria?

Per Lallo: sei un cafone.

disciassetteelectrictattooing ha detto...

certisimo che puoi farlo e soprattutto puoi metterne su quanti ne vuoi perchè più ne saranno e più noi li leggermo e li faremo leggere ad altri...un abbraccione a te!
cciàà

Anonimo ha detto...

Bestia. Io ti ributto li che ho voglia di "ammalare" una storia con qualche disegno. Mi sono preso un moleskino nuovo che sembra fatto apposta. Quindi avvisami che ti seguo volentieri. Ti ho anche messo fra i link. Dagli giù duro.

Unknown ha detto...

ueee guarda che i dieci giorni sono scaduti!! aspetto il prossimo racconto..e daglie fra, a proposito auguri compas e vieniti a prendere il regalo prima possibile!
Mi raccomando non dimenticare il 6 gennaio, raitre, kilimangiaro, 2 filmati in onda, Louissiana e Guyana Francese, ci conto!!

Antilope ha detto...

Simona, hai ragione: il solito inaffidabile. Ma ecco che mi riprendo da questa fine/inizio e ne pubblico un altro.

Fu, se ti va, disegna, così anzichè andarmi a cercare improbabili immagini da intro mi affido al tuo genio malato.

Ah: il 6 gennaio alle 15 su Raitre, durante Alle falde del Kilimangiaro, due seri filmati ad opera della Simona.

Anonimo ha detto...

ho letto entrambi i racconti. preferisco tinello perchè mi dice di più. buona cosa. buone feste cara zompettante antilope scrivente.

srecko

Antilope ha detto...

Srecko, il primo sa più di silenzio e rimosso, dunque è scritto per giocare su questi aspetti; il secondo, forse, sa più di rimorso, e dell'incapacità di rimettersi in piedi dopo che il rimorso ha sgretolato tutto, dunque ha la costruzione di qualcosa che si sfascia.

Questo per dire che sono felice di incontrarti qui, altrettanto zompettante dall'altra sponda dell'adriatico.

Aspetto sempre il tuo noir verde pisello.

Anonimo ha detto...

ho letto solo adesso entrambi i racconti. buon anno, amico mio. speriamo tu abbia tutte le possibilità di continuare a farmi leggere le tue cose.

Angelo Cercola ha detto...

sono iscritto?

Anonimo ha detto...

Salve collega! Ti chiamo così anche se sono passati mesi da Torricella:) Come direbbe Alessio, "niente da dire, funziona". Due righe poi per scorgere la tua firma: hai un tuo stile, inconfondibile, molto originale. Atmosfere ben restituite...ho mangiato bene da Maria:) Dissacrante e "class" il finale che non è mai nero o bianco, ma è semplicemente la fine di un'atmosfera, dove tutto sembra iniziato dal nulla e nel nulla tornare a prendere vita, e noi lì ad immaginarcela senza troppo indizi per farlo. Hai talento, niente da dire. Spero sarai il mio editore presto. Un abbraccio, la collega!

lorenza ercolino ha detto...

sono Lorenz erculenza nome d'arte.......tinello! nel senso...gran bel raccontino quello del tinello...
ci sentiamo presto per la favola...o da tua sorella?
baci